Belfast

Belfast, Kenneth Branagh, 2022

Nel 1969, a Belfast, la vita è in biancoenero e gli unici momenti a colori sono quelli che si trascorrono a teatro e al cinema quando, la vita continua a essere in biancoenero, ma sul palcoscenico e sullo schermo si sprigiona tutto l’arcobaleno.

Buddy trascorre le sue giornate tra la scuola (dove la ragazzina che gli fa battere il cuore è sempre la prima della classe, ma è talmente speciale che cerca di fare peggio di quanto sa per stare nel banco vicino a lui), la casa dei nonni (con un nonno filosofo e una nonna adorabilmente perfida) e le scorribande in strada combattendo draghi e mostri con una spada di legno e uno scudo di latta quando, nella sua vita di bambino felice irrompe la consapevolezza che Protestanti e Cattolici, pur pregando lo stesso dio e vivendo sotto lo stesso cielo, si odiano.

A leggere la biografia del regista si direbbe che quest’opera contiene tanto di autobiografico.

Kenneth Branagh è sempre una garanzia.

Callejeros andaluces/Randagi andalusi

Siempre sueño
con tus damascos ...
Siempre recuerdo tus ojos
cuando los abri
con mi navaja ...

E certo tu vorresti
esser romantico.
Ma a me vien solo
in mente Buñuel.
Sogno sempre
le tue albicocche ... 
Sempre ricordo le tue pupille 
quando le ho aperte
con il mio serramanico ... 

Seguro tu querrías
ser romántico. 
Pero yo solo
pienso en Buñuel.

Linea 16

A Torino, all’8bis di Via Valperga, c’è un ristorante che non ti aspetti.

Perché è un piccolo posto, perché è pure un po’ nascosto, perché quasi è da carbonari, così fuori come si trova dal tradizionale itinerario (il centro, il Quadrilatero, Vanchiglia o San Salvario) del tempo libero e del dopolavoro torinesi.

Si chiama Linea16, come il tram che passa giusto là, ed è un locale intimo e semplice di quella semplicità fatta di distillazione che, per me, è la quintessenza dell’eleganza.

È un ristorante in cui i sapori giocano la danza degli ossimori, e in un’alcova croccante di rosmarino si consumano gli amplessi tra la dolcezza delle carote in puré e l’aroma deciso e secco della polvere di caffè. Le cappesante si crogiolano nel tepore di una zuppa di cannellini avvolgente e vellutata e le foglie di verza dei capunet, tratti dalla tradizione contadina piemontese, avvolgono amorevolmente lo stracotto di cinghiale con coccole bizzarre di cioccolato e chiodi di garofano.

E tutto questo trionfo di amorosi sensi culmina in un dolce tipico torinese, che è la panna cotta, delicata e soave e il cuoco la declina alle erbe aromatiche e accostandola alla crema di castagne e a una pioggia di nocciole di quella varietà tonda gentile che per noi è orgoglio nazionale.

In questo ristorante sono così ben immersi nella torinesità che ti coccolano davvero e stanno attenti che il cestino del pane e dei grissini non si svuoti e ti accolgono con un goloso benvenuto e in più, tra gli antipasti e la portata principale, fanno entrare in scena un intermezzo che, nel mio caso, si è concretizzato in crema di verza viola con fiocchetti di robiola e croccante di pane aromatizzato.

Di più c’è che ho annaffiato la mia cena con un Nebbiolo delle Langhe estratto dal cilindro magico di una carta dei vini decisamente all’altezza della situazione.

buongiorno!

Tea Zanetti, 26 soulscapes, 2020-21

Este (…) gran amor, nació un (…) año cualquiera, en mis giras (…) por los pueblos de la frontera (…).

Él venía de la guerra (…). No venía vencido (…) estaba lleno de ilusiones y de esperanzas para su (…) país, en Centro América. Siento no poder dar su nombre. Nunca he sabido cuál era el verdadero (…). Yo lo llamo simplemente mi Capitán (…).

Sus versos son como él mismo: tiernos, amorosos, apasionados, y terribles en su cólera. Era fuerte (…). Era un hombre privilegiado de los que nacen para grandes destinos (…).

Entró a mi vida (…) echando la puerta abajo (…). Desde el primer instante, él se sintió dueño de mi (…).

No sabía de sentimientos pequeños (…). Me dio su amor, con toda la pasión que él era capaz de sentir y yo lo amé como nunca me creí capaz de amar. Todo se transformó en mi vida (…).

La ternura dulce y sencilla cuando buscaba una flor, un juguete, una piedra de río y me la entregaba con sus ojos húmedos de una ternura infinita. Sus grandes manos eran (…) de una blandura dulce y en sus ojos se asomaba entonces un alma de niño.

(…) él escribía estos versos, que me hacían subir al cielo o bajar al mismo infierno, con la crudeza de sus palabras que me quemaban como brasas (…) no podía amar de otra manera.

(…) Tenía la misma pasión que él ponía en sus combates, en sus luchas contra las injusticias (…) y se entregaba entero (…)

Pablo Neruda, Los versos del Capitán, Carta Prólogo de Rosario de la Cerda

Lui tornava dalla guerra (…). Non tornava vinto (…) era pieno di illusioni e di speranze per il suo (…) paese, in Centro America. Mi dispiace non poter dare il suo nome. Non l’ho mai saputo (…). Io lo chiamo semplicemente il mio Capitano (…)

Questo (…) amore nacque un (…) anno qualunque, in uno dei miei giri (…) per i villaggi della frontiera (…)

Entrò nella mia vita abbattendo la porta (…). Sin dal primo istante si sentì il mio signore (…).

I suoi versi sono come lui stesso era: teneri, amorosi,, appassionati e terribili nella sua collera. Era forte (…). Era un uomo privilegiato, di quelli che nascono per grandi destini (…).

Non conosceva sentimenti piccini (…). Mi diede il suo amore con tutta la passione di cui era capace e io lo amai come mai mi credetti capace di amare. Tutto cambiò nella mia vita (…).

La tenerezza dolce e semplice di quando cercava un fiore , un gioco, un sasso di fiume e me lo donava con i suoi occhi languidi, di una tenerezza infinita. Le sue grandi mani erano (…) di una morbida dolcezza e nei suoi occhi spuntava allora un’anima di bambino.

(…) scriveva questi versi che mi facevano salire al cielo o scendere all’inferno, con la crudezza delle sue parole che mi bruciavano come braci (…) non poteva amare in altro modo.

(…) Aveva la stessa passione che metteva nelle sue battaglie, nelle sue lotte contro l’ingiustizia (…) e si donava intero.

Pablo Neruda, Los versos del Capitán, Carta Prólogo de Rosario de la Cerda

Incontri inattesi

Ti vedo e nonostante la distanza, ci riconosciamo.

Sorridi e sei quasi bello, tu che bello non lo sei stato mai.

E ci abbracciamo così stretti e sorridenti nel sole appena tiepido di questo febbraio che sta finendo. Eri poco più di un ragazzo l’ultima volta che ti ho visto e ora fili grigi scherzano in mezzo alla tua barba e sulle tempie.

Mi racconti dei tuoi progetti folli. Le Alpi e il grande nord, l’Artico dove vuoi far la guida e dello sguardo attonito di tutti, quando hai detto che ti licenziavi, che te ne andavi da quella vita, agiata, sicura, ordinata, ordinaria … ordinariata. E che facevi un salto, in un bianco vuoto di certezze e pieno zeppo di speranze.

E rientro a casa, entusiasta di saperti così e traggo aruspici per il mio, di futuro, che anch’io voglio partire e so che ad aspettare, che sia la mia volta, che arrivi il momento giusto, aspetterò per sempre e non lo farò mai. E trovo solo sguardi di chi non capisce e non approva e in tutto quello che a me pare bello vede solo un irresponsabile.