la peppia che scrive

Pèppia: s. f. [voce onomatopeica piemontese, da pe pe pe pe pe]. – 1. a. Nella specie umana, l’individuo di sesso femminile, non coniugato, un po’ in là con gli anni, inacidita e brontolona.

Una strega, insomma!

Panni in cui mi vedo benissimo, specialmente quando “mi parte l’embolo odioso”, come dice mio figlio.

Così … La peppia che scrive! Una nuova rubrica per quando mi pestano i calli.

E buona lettura.

buongiorno!

Sempre, quando, in visita ai monasteri di Kyōto o di Nara, chiedo a qualcuno di indicarmi i gabinetti – e sono gabinetti all’antica, affogati nella penombra, meticolosamente netti tuttavia – un senso di riconoscenza profonda mi prende per quel che di unico v’è nell’architettura giapponese. Amabile cosa è il “soggiorno” delle nostre case – lo cha no ma -, ma solo il gabinetto giapponese è interamente concepito per il riposo dello spirito. Discosti dall’edificio principale, i gabinetti stanno accucciati sotto minuscoli cespi selvosi, da cui viene odore di verde di foglie, e di borracina. È bello, là, accovacciarsi nel lucore che filtra dagli shōji, e fantasticare, e guardare il giardino. Tra i sommi piaceri dell’esistenza Natsume Sōseki annoverava le evacuazioni mattutine: piacere fisiologico, che solo nel gabinetto alla giapponese. fra lisce pareti di legno dalle sottili venature, mirando l’azzurro del cielo e il verde della vegetazione, si può assaporare sino in fondo. Insisto: sono necessari una lieve penombra, nessuna fulgidezza, la pulizia più accurata e un silenzio così profondo che sia possibile udire lontano un volo di zanzare. Senza tali requisiti non si dà gabinetto ideale.

Jun’ichirō Tanizaki, Libro d’ombra

naufraghi metropolitani

Due cose ricordo nitidamente della mia vita scolastica.

Il resto si perde in una nebbia indistinta di volti, istanti, chiacchiere nei bagni, nozioni, corse per i corridoi, paure, merende in giardino …

Sono in quarta elementare e gioco con i numeri. Mi affascina la loro malleabilità. Un numero è se stesso ma, se gli sommo 1, diventa un po’ più grande. Questo gioco me lo aveva insegnato papà, quando ero piccola (non che a nove anni fossi grande ma … mi ci sentivo eccome!).

Mille!

Più uno! È già più grande!

Centomilamilionidimiliardi!

Più uno! Vedi che di nuovo è già più grande?

Sì! Ma di poco!

Sì. Ma più grande.

E così all’infinito papà?

Sì, Ranocchietta. Così all’infinito.

Ma non c’è un ultimo numero? Deve esserci. Altrimenti come si fa ad arrivare alla fine?

“La fine” non c’è, Ranocchietta. Per quanto alla fine tu possa arrivare, potrai sempre fare un passo più avanti.

Ragiono su questo aspetto fino a farmi fondere i neuroni. Questa mancanza di soluzione io la vedo come un’enorme palla di impasto del pane che man mano che passano le ore lievita e lievita facendosi sempre più grande e proprio nel momento in cui sei assolutamente certo che abbia finito di crescere, ti accorgi che no, è cresciuta ancora un po’.

Comunque sia, i numeri offrono svariate possibilità di gioco. Da quelli più banali, come le tabelline – anche se a dire il vero la tabellina del 7 tanto banale non mi sembrava. Anzi, mi pareva arcana per quel suo modo balordo di avanzare, una volta dispari una volta pari, però senza la grazia sinuosa, che so, di una tabellina del 5. La tabellina del 9 specialmente mi piaceva. Scalavi un’unità, aumentavi una decina e il gioco era fatto.  A quelli più complicati (e insoluti) come la ricerca di una logica nella comparsa dei numeri primi. Avevo anche di queste presunzioni. Si sa, a nove anni ci si sente onnipotenti.

Ma la scoperta elettrizzante è che c’è un modo di sommare numeri consecutivi. Lo so, è Gauss e tutti gli studenti liceali sanno di che sto parlando. Ma in quarta elementare Gauss non era ancora entrato nel mio panorama e io ero felicissima di aver inventato questo nuovo gioco.

Quindi (“quindi” è conclusivo, non si inizia una frase con “quindi”, lo so, però qui ci sta bene, io ho 52 anni e mi concedo delle licenze) prendo dieci numeri consecutivi, sommo il primo e l’ultimo, poi sommo il secondo e il penultimo, poi sommo il terzo e il terzultimo… E le varie somme … danno sempre lo stesso numero! 1+10=11, così come 2+9 e 3+8 e avanti. A quel punto penso che se sommo il primo e l’ultimo e poi divido per due e poi moltiplico il numero che ottengo per quello che chiamo ”il numero di numeri della catena”, dire 1+2+3+4 … e così avanti fino a 10 è come dire

1+10=11

11:2=5,5

5,5×10=55

E se aggiungo un numero? Faccio la prova e … Magia! Funzionalostesso!

Vado avanti giorni a fare prove. E funziona sempre! Funziona anche se vado da 3 a 12 o da 127.454 a 712.343! Devo ammettere che è un po’ più complicato il calcolo, ma vi assicuro che funziona.

Entusiasta vado dalla maestra a raccontare di questa cosa sensazionale che ho scoperto e lei, inarcando il sopracciglio sinistro

I numeri sono infiniti. Non puoi essere certa che funzioni sempre.

Ma Maestra, sì! Ed è anche logico! Perché il gioco è che aggiungo 1 da una parte ma lo tolgo dall’altra!

Basta! Portami il diario.

Morale: nota. La bambina si dimostra polemica e oppositiva.

Era il 1978, Aldo Moro era appena stato rapito e le BR imperversavano. Il mondo dei grandi era fatto di persone nervose.

Passavano gli anni e io crescevo effettivamente polemica e oppositiva. E infatti mamma mi chiamava “l’ortica”.

In prima liceo, al termine di una spiegazione della Prof. di Storia (comunista e atea, eravamo approdati ai primi anni ’80 e essere, e soprattutto dichiararsi, atei era ancora considerata una brutta cosa, e pure comunisti) sull’influenza della tradizione e della cultura nella visione religiosa, esclamo “quindi è l’uomo che ha inventato dio!”. Non lo faccio apposta. Mi viene proprio dal cuore.

Portami il diario.

Ci risiamo …

Con aria che oggi mio figlio definirebbe “di scazzo”, strascico i piedi fino alla cattedra, dove deposito la Smemo (la mitica Smemoranda, non so se esista ancora, ma era il diario più incredibile che si potesse immaginare! Sì! Esiste!!! Ho appena googlato!) e …

La ragazza dimostra coraggio e spirito critico.

Voto di storia: 9

9 (dicasi “NOVE”) di Storia! Kakkkkkkiooooooooooo!

Poi in quinta (liceo) lessi Così parlò Zaratustra.

buongiorno!

Tea Zanetti, Gennaio 2022

L’iki insomma ha origine nel mondo della prostituzione (kugai), dove «i corpi vengono travolti dalla corrente e non riescono a tenersi a galla». La «rinuncia», e quindi anche la «noncuranza», implicite nell’iki rappresentano la perfetta sprezzatura dell’anima che si è affinata attraversando la gelida spietatezza del mondo instabile, e il distacco di quest’anima che, con eleganza e senza rimpianti, si è affrancata dall’infondato attaccamento alla realtà. Ed è appunto questo ciò che lascia intendere il detto «Sballottato dalla vita, lo zotico diventa iki». Ma quando dietro un sorriso leggiadro e seducente si sarà scorta la traccia quasi che la impercettibile di lacrime cocenti e sincere, solo allora si sarà riusciti a comprendere la verità dell’iki. È probabile

L’iki insomma ha origine nel mondo della prostituzione (kugai), dove «i corpi vengono travolti dalla corrente e non riescono a tenersi a galla». La «rinuncia», e quindi anche la «noncuranza», implicite nell’iki rappresentano la perfetta sprezzatura dell’anima che si è affinata attraversando la gelida spietatezza del mondo instabile, e il distacco di quest’anima che, con eleganza e senza rimpianti, si è affrancata dall’infondato attaccamento alla realtà. Ed è appunto questo ciò che lascia intendere il detto «Sballottato dalla vita, lo zotico diventa iki». Ma quando dietro un sorriso leggiadro e seducente si sarà scorta la traccia quasi che la impercettibile di lacrime cocenti e sincere, solo allora si sarà riusciti a comprendere la verità dell’iki. È probabile che la «rinuncia» insita nell’iki sia lo stato d’animo prodotto dalla decadenza ormai al suo apice.

Kuki Shūzō, La struttura dell’iki

naufraghi metropolitani

Il suono stridulo dello shamisen ha il sapore aspro del cachi non ancora maturo adagiato nel piccolo contenitore di pietra, insieme ai germogli di yuzu e i ramoscelli contorti del nocciolo, nell’oscurità del tokonoma.

Nell’ombra appena accarezzata dalla luce, Murasaki pizzica le corde con lentezza estenuante. Le sue lunghe dita sottili si muovono leggere nella danza armonica e sullo yukata bruno le nervature argentate emergono a tratti giocando timide con la musica e la luce rarefatta che filtra dagli shōji appena scostati.

In quella fissità ieratica, un movimento appena percettibile scosta lo yukata, scoprendo il collo bianchissimo di Murasaki, su cui spicca oscura la peluria dell’attaccatura dei capelli, uno sfacciato guizzo scarlatto della fodera, poco sopra la sua spalla.
So che si è accorta della mia presenza, ma continua a suonare, indifferente.

In un angolo del tatami, come dimenticata dopo aver riordinato distrattamente, giace la ciotola con l’inchiostro polverizzato sulla pietra suzuri e stemperato con l’acqua della piccola brocca di stagno lì accanto. Indugio osservando il liquido cupo inghiottire ogni riverbero. Inspiro e trattengo in me tutta l’energia che quell’istante mi regala.

Poi intingo il pennello nella china. E mentre traccio sulla spalla di Murasaki l’ideogramma 粹 un brivido le increspa la pelle.