naufraghi metropolitani

E niente. Scendo dal pullman e vedo questa tipa che mi viene incontro.

Una folgorazione.

Abbronzata.

Ha un borsone rosso a tracolla e una camicetta bianca con le maniche risvoltate sugli avambracci. È talmente sbottonata che le si vede molto più di quanto si possa considerare lecito. Ma lei se ne frega, guarda dritto davanti a sé e il vento le scompiglia i capelli.

Sicuro è una fotografa: tiene un treppiede nella mano sinistra.

Avanza con passo elastico, riempiendo lo spazio con decisione armoniosa, si capisce ad occhio nudo che è soddisfatta.

E me la squadro per bene, a costo di sembrare fuori luogo.

Le sorrido.

Mi sorride.

E in quella manciata di secondi il significato del paradosso di Zenone mi si fa lampante: ognuno di quegli istanti si frantuma in un’infinità di schegge minuscole. E vedo la sua pelle ambrata e costellazioni di piccoli nei spiccarle sul petto e gli avambracci e uno scooby-doo bianco, blu e azzurro, azzurro come i suoi occhi azzurri, al polso sinistro. E i polsi e le caviglie sono esili, e nervosi, come le sue dita lunghe, dalle unghie cortissime, che osservo con attenzione quando si porta una mano al volto e gli occhi le scintillano, perché il sole la abbaglia e così li strizza, arricciando un po’ il naso, convocando tutt’intorno una ragnatela di rughe sottili che la fanno ancora più bella. E all’improvviso, nel frastuono delle cinque del pomeriggio, un rumore fuori dal coro attira la sua attenzione e volta di scatto la testa in quella direzione, scoprendo l’orecchio delicato al cui lobo brilla un piccolo pendente che accompagna il mio sguardo lungo la linea sinuosa del collo …

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2022
Despierta, sí, cerrada
caverna de coral. Voy por tus breñas,
cabeceante, ciego, perseguido.
Ábrete a mi llamada,
al mismo sueño que en tu gruta sueñas.
Tus rojas furias sueltas me han mordido.
¿Me escuchas en lo oscuro?
sediento, he jadeado las colinas
y descendido al valle donde empieza
el caminar más duro,
pues todo, aunque cabellos, son espinas,
montes allí rizados de maleza.
¿Duermes aún? ¿No sientes
cómo mi flor, brillante y ruborosa
la piel, extensa y alta se desnuda,
y con labios calientes
- coral los tuyos y los míos rosa -
besa la noche de tus labios muda?
¡Despierta! ...


Rafael Alberti, Dialogo entre Venus y Priapo
Svegliati, sì, serrata
caverna di corallo. Tra i tuoi sterpi vado,
barcollante, cieco, perseguitato.
Apriti al mio richiamo,
allo stesso sogno che nella tua grotta sogni.
Le tue rosse furie libere mi han morso.
Mi ascolti nel buio?
assetato, ho ansimato le colline
e sceso la valle dove inizia
il cammino più duro,
perché tutto, anche i capelli, sono spine,
monti lì arricciati di boscaglia.
Dormi, dunque? Non senti
come il mio fiore, brillante e arrossata
la pelle, lungo e alto si denuda,
e con labbra ardenti
- corallo le tue e le mie rosa –
Bacia la notte delle tue labbra muta?
Svegliati! ...

Rafael Alberti, Dialogo tra Venus y Priapo

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2021

L’oltraggio a Dio era una volta il maggior delitto: ma
Dio è morto e morirono con lui anche questi bestemmiatori.
Oltraggiar la terra è quanto vi sia di più terribile, e
stimare le viscere dell’imperscrutabile più che il senso
della terra è una colpa spaventosa.
Una volta l’anima guardava con disprezzo il corpo: e
quel disprezzo era una volta il più alto ideale – lo voleva
magro, odioso, affamato. Pensava, in tal modo, di sfuggire a lui e alla terra.
Oh, quest’anima era anch’essa magra, odiosa, affamata: e la crudeltà sua gioia suprema.
Ma voi pure, fratelli miei, ditemi: che cosa vi rivela il
vostro corpo intorno all’anima vostra? Essa non è forse
miseria e sozzura, e compassionevole contentezza di sè
medesima?
In verità l’uomo è fangosa corrente. Bisogna addirittura essere un mare per poter ricevere in sè un torbido
fiume senza divenire impuro.
Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è questo mare,
e in esso può inabissarsi il vostro grande disprezzo.
Che di più sublime potete voi sperimentare? Ecco l’ora del maggior disprezzo, l’ora nella quale vi verrà a
noia non solo la vostra felicità, ma anche la vostra ragione e la vostra virtù

Friedrich Nietzsche, COsì parlò Zaratustra.

naufraghi metropolitani

Mi manchi

Anche tu

Avrei dovuto regalarti le mie staffe, quelle che usavo da ragazzo. Come pegno

Ma io torno!

E allora sono già tue

Ho fatto una cosa

???

Tranquillo! Niente di strano!

???

Ho lasciato lì le mie scarpe, quelle con cui ho camminato tutti i giorni, percorrendo quasi mille chilometri. Come buon auspicio …

Dici davvero?

Come buon auspicio… Anch’io lo avrei fatto

Io l’ho Fatto! … Ho pensato che così tornerò

Ti amo

Anch’io ti amo. Per questo le ho lasciate.

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2021
Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.
C’è una terra che tace
e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.
È una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
È una terra cattiva –
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.
Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese, 30-31 ottobre 1945
("Verrà la morte e avrà i tuoi occhi")
Vos también sos colina
y camino de rocas
y juego entre juncos,
y conoces la viña
que de noche se calla.
Vos no decís palabras.
Hay una tierra que calla
y no es tierra tuya.
Hay un silencio que dura
sobre plantas y colinas.
Hay aguas y campañas.
Sos un cerrado silencio
que no cede, sos labios
y ojos obscuros. Eres viña.
Es una tierra que espera
y no dice palabra.
Han pasado los días
bajo cielos ardientes.
Tu has jugado a las nubes.
Es una tierra mala –
tu frente lo sabe.
También esto es la viña.
Reencontrarás nubes
y juncos, y voces
como sombra de luna.
Reencontrarás palabras
además de la vida corta
y nocturna de juegos,
además de la infancia encendida.
Será dulce callarse.
Sos la tierra y la viña.
Un silencio encendido
quemará la campaña
como hogueras en la noche.

Cesare Pavese, 30-31 octubre 1945
("Vendrá la muerte y tendrá tus ojos")