E mentre li scrivo, questi Naufraghi Metropolitani, mi rendo conto che sono fotografie. Istantanee di cose e persone ascoltate e annusate e viste e vissute … Che mi si sono affastellate nella memoria e quando non c’è stato più spazio hanno iniziato a fluirmi dalla penna per depositarsi sulla carta, a scappare di soppiatto dalla testa, in piena notte o mentre guido, per lanciarsi dalle dita sui tasti del pc o del cellulare.
Frammenti pescati nel costante scorrere del tempo, inquadrature fermate senza un prima e senza un dopo. O con il prima e il dopo che più desidera chi li legge.
Non riescono a capire dove voglio andare a parare.
Uno degli aspetti che più amo del mio lavoro è questa disponibilità dei ragazzi a stupirsi.
Entro in classe con intenti bellicosi. E una carta geografica australe arrotolata sotto il braccio. Il mio miglior sorriso.
“Che sta tvamando, Pvofe?” Cavallero, con la sua inconfondibile evve e la voce altalenante dei maschi tra i tredici e i quattordici anni, è tanto curioso quanto sfacciato e capace di annusare a un miglio di distanza l’umore di ciascuno di noi insegnanti.
“Sta buono tu! Lo vedrai fra un attimo” e senza lasciargli il tempo di replicare, con il gesto più teatrale che riesco a estrarre dal mio cilindro, svolgo la mappa e la attacco al muro.
Silenzio assoluto e scruto a mia volta quei sessanta occhi. Un volto dopo l’altro, mi godo la reazione dei miei ragazzi di Terza A, senza dubbio la classe più vivace e divertente che mi sia capitata in tutti questi anni di insegnamento.
Poi, con voce stentorea, declamo: “Esistono posti nel mondo in cui è piena estate quando qui è inverno. In cui quando qui è notte fonda è ancora giorno”. Dal fondo dell’aula, arriva la voce allegra e vivace di Ameglio, codini e occhialetti tondi, lunga e secca sta agli ultimi banchi per non impallare i compagni più bassi “posti in cui il sud si fa nord, quindi!”.
Nasconde, sotto un’apparenza austera, incontri sorprendenti.
Cortili di vegetazioni lussureggianti e artistici decori, appena un passo oltre funzionali ingressi carrai. Scaloni vorticosi di marmo e legno e ferro battuto, dietro facciate compostamente grigie …
È una città di opposti, di ossimori e incongruenze che sono tali solo a uno sguardo distratto cui, appena si abbia voglia di farlo un po’ più attento e profondo, svela la sua sostanza di affascinante signora, ironica e un po’ agée, ma non così tanto da aver smesso, per questo, di esser bella.
Una città in cui non ti puoi annoiare perché ad ogni angolo ti attende una sorpresa, se solo sai muoverti con quello spirito d’avventura delle cacce al tesoro di quando eri bambino. Un’etica da bambini, quella dell’avventuriero! Così mi ha illuminata un giorno un vecchio avvocato al quale voglio bene.
È la mia città e io la amo perdutamente proprio per questa sua anima dicotomica e continuamente cangiante che si esprime sin nei dettagli minimi. Dai negozi sfavillanti di luci del centro alle botteghe artigiane del Quadrilatero alle nascoste cucine dei piccoli e grandi ristoranti sparpagliati qua e là.
Premesso che non sono una blogger, né una influenZer, né tantomeno un critico enogastronomico. E non ho certo alcuna pretesa in tal senso. Sono semplicemente un’innamorata che riporta qui opinioni del tutto personali ad uso e consumo di chi ci vive e ciononostante la vive poco, di chi ci capita per sbaglio o ci viene per scelta, di chi ci passa qualche ora e sia alla ricerca di un’esperienza da Torinese.
… dimostrato quanto abbia ragione il pioniere della fotografia Moholy-Nagy quando afferma «Non è possibile prevedere quali saranno i confini della fotografia. In questo ambito è tutto così nuovo che anche solo il ricercare conduce di per sé a esiti creativi. A preparare il cammino è ovviamente la tecnica. L’analfabeta del futuro non sarà chi non sa scrivere, ma chi ignora la fotografia».