buongiorno!

Tea Zanetti, Azul – Dicembre 2021

Jacque Derrida invita i lettori a pensare come se fossero in viaggio, o più esattamente a «pensare di viaggiare». Ciò significa pensare a quell’esclusiva attività del partire, dell’allontanarsi dal chez soi, dell’andare lontano, verso l’ignoto, affrontando tutti i rischi, i piaceri e i pericoli che l’ignoto ha in serbo (anche il rischio di non tornare).

Derrida è ossessionato dall’idea di «essere lontano». Ci sono buoni motivi di ritenere che tale ossessione sia nata allorché il dodicenne Jacques fu espulso dalla scuole che nel 1942 ricevette l’ordine dall’amministrazione di Vichy del Nord Africa di cacciare tutti gli scolari ebrei. Iniziò così il suo esilio perpetuo. Da allora, Derrida ha diviso la propria vita tra Francia e Stati Uniti. In America era un Francese; in Francia, tuttavia, per quanto si sforzasse l’accento algerino della sua infanzia continuava di tanto in tanto a trapelare dal suo squisito eloquio francese, svelando così un pied noir abilmente nascosto dietro la sottile aura di professore della Sorbona (questo è il motivo, pensa qualcuno, per cui Derrida giunse a teorizzare la superiorità della parola scritta e creò il mito eziologico di tale superiorità a supporto dell’asserzione assiologica). Culturalmente Derrida sarebbe rimasto sempre un «apolide» Ciò tuttavia non significò essere privi di una madrepatria culturale. Al contrario: essere «culturalmente apolide» significava avere più di una madrepatria, costruirsi una casa propria sui crocevia tra culture diverse.

Zygmunt Bauman, Modernità liquida

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Sempre, quando, in visita ai monasteri di Kyōto o di Nara, chiedo a qualcuno di indicarmi i gabinetti – e sono gabinetti all’antica, affogati nella penombra, meticolosamente netti tuttavia – un senso di riconoscenza profonda mi prende per quel che di unico v’è nell’architettura giapponese. Amabile cosa è il “soggiorno” delle nostre case – lo cha no ma -, ma solo il gabinetto giapponese è interamente concepito per il riposo dello spirito. Discosti dall’edificio principale, i gabinetti stanno accucciati sotto minuscoli cespi selvosi, da cui viene odore di verde di foglie, e di borracina. È bello, là, accovacciarsi nel lucore che filtra dagli shōji, e fantasticare, e guardare il giardino. Tra i sommi piaceri dell’esistenza Natsume Sōseki annoverava le evacuazioni mattutine: piacere fisiologico, che solo nel gabinetto alla giapponese. fra lisce pareti di legno dalle sottili venature, mirando l’azzurro del cielo e il verde della vegetazione, si può assaporare sino in fondo. Insisto: sono necessari una lieve penombra, nessuna fulgidezza, la pulizia più accurata e un silenzio così profondo che sia possibile udire lontano un volo di zanzare. Senza tali requisiti non si dà gabinetto ideale.

Jun’ichirō Tanizaki, Libro d’ombra

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Tea Zanetti, Gennaio 2022

L’iki insomma ha origine nel mondo della prostituzione (kugai), dove «i corpi vengono travolti dalla corrente e non riescono a tenersi a galla». La «rinuncia», e quindi anche la «noncuranza», implicite nell’iki rappresentano la perfetta sprezzatura dell’anima che si è affinata attraversando la gelida spietatezza del mondo instabile, e il distacco di quest’anima che, con eleganza e senza rimpianti, si è affrancata dall’infondato attaccamento alla realtà. Ed è appunto questo ciò che lascia intendere il detto «Sballottato dalla vita, lo zotico diventa iki». Ma quando dietro un sorriso leggiadro e seducente si sarà scorta la traccia quasi che la impercettibile di lacrime cocenti e sincere, solo allora si sarà riusciti a comprendere la verità dell’iki. È probabile

L’iki insomma ha origine nel mondo della prostituzione (kugai), dove «i corpi vengono travolti dalla corrente e non riescono a tenersi a galla». La «rinuncia», e quindi anche la «noncuranza», implicite nell’iki rappresentano la perfetta sprezzatura dell’anima che si è affinata attraversando la gelida spietatezza del mondo instabile, e il distacco di quest’anima che, con eleganza e senza rimpianti, si è affrancata dall’infondato attaccamento alla realtà. Ed è appunto questo ciò che lascia intendere il detto «Sballottato dalla vita, lo zotico diventa iki». Ma quando dietro un sorriso leggiadro e seducente si sarà scorta la traccia quasi che la impercettibile di lacrime cocenti e sincere, solo allora si sarà riusciti a comprendere la verità dell’iki. È probabile che la «rinuncia» insita nell’iki sia lo stato d’animo prodotto dalla decadenza ormai al suo apice.

Kuki Shūzō, La struttura dell’iki

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Tea Zanetti, Gennaio 2022

… dell’esperienza del significato di un gusto. Il «gusto» comincia innanzitutto dal «gustare» in quanto esperienza. Letteralmente noi «proviamo un gusto». Poi, in base al gusto percepito, pronunciamo un giudizio di valore. Ma sono piuttosto rari i casi in cui la percezione gustativa è puramente tale. La «cosa che ha sapore» suggerisce, oltre al sapore stesso una specie di aroma che si avverte con l’olfatto. Lascia presagire un profumo impercettibile e difficile da afferrare. Ma non basta: spesso vi si aggiunge anche il tatto. Nel gusto è implicita la «sensazione tattile» della lingua. E la sensazione tattile tocca la corda dell’anima ed è un moto ineffabile. Questi sensi: gusto, olfatto e tatto, costituiscono «l’esperienza» nel suo significato originario. Le cosiddette facoltà sensoriali superiori – vista e udito – si sviluppano come sensi della distanza e, distinguendo le cose da sé, danno loro una collocazione oggettiva rispetto al sé.

Kuki Shūzō, La struttura dell’iki

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Tea Zanetti, Gennaio 2022

Lo avrebbero chiamato Shūzō, nome che significa «che forma un cerchio», ma che in congiunzione con il cognome Kuki, scritto con gli ideogrammi «nove» e «diavoli», scatena inevitabilmente un sabba. E suggerisce una forma al destino.

Giovanna Baccini, Una grazia inflessibile