riflessioni tra sintassi e fotografia

tea zanetti – doppie esposizioni, 2022

L’ossessione delle parole esatte.

L’idea che esistano parole per indicare ogni cosa, per descrivere qualunque circostanza, per parlare di qualsiasi sentimento…

Poi mi scontro con la realtà di un bacio.

Come posso descrivere un bacio

Quali sono le parole “esatte” per raccontare tutto il ventaglio di sensazioni che il coinvolgimento di un bacio si porta appresso?

Potrei parlare di sorpresa, piacere, tenerezza…

Proseguire con dolcezza, passione, irruenza…

Andare anche oltre con scambio, anima, amore. Ma… Non riesco a centrare l’obiettivo.

Finisco col ricorrere alle metafore, perché è nell’aura di imprecisione che le circonda che ritrovo la perfezione della poesia che, rifacendo tutto nuovo, tutto descrive.

Cerco così “immagini” per raccontare “sensazioni” e “sentimenti”.
Parlo di “Danza di farfalla elettrica”. Descrivo quel momento come il compimento di una lunga attesa che si rivela “Abbagliata di luce”.

E infine invento un’immagine per gli occhi, che racconti tutto questo senza spendere una sola parola.

naufraghi metropolitani

... e nuda, tra le tue lenzuola, trovo
(… e nudo tra queste lenzuola resto al)

riparo dalla pioggia della luce
(riparo della luce)

del tramonto, mentre ti leggo i versi
(del tramonto e mentre leggi i versi)

di Neruda che (a memoria!) tu completi,
(di Neruda, ascolto la tua voce limpida e sensuale)

contemplando le mie natiche e miei seni...
(contemplo le tue natiche e i tuoi seni)

naufraghi metropolitani

… E quindi uscimmo a riveder le stelle …

Primer día casi normal. Primo giorno quasi normale.
Pero antes, noches de fiebres, y tosiendome los tímpanos afuera (¡y los ojos!) con sueños absurdos, arramandome a nuestros días ajenos… Però prima, notti di febbre, tossendomi fuori i timpani (e gli occhi!), con sogni assurdi, arrampicandomi ai nostri giorni alieni …

Quería decir tu (perplejo, arisco, curioso?) beso, en esa esquina de casi verano, cuando antes de regresarme te abracé de impulso, bajo la vista amable de tu nombre. Volevo dire il tuo (perplesso, timido, curioso?) bacio, in quell’angolo di quasi estate, cuando prima di tornare a casa ti ho abbracciato d’impulso, sotto lo sguardo benevolo del tuo nome.

Buscaba palabras exactas por hablarme la ternura de tu boca a-prendiendo a mis labios. Cercavo parole esatte per dirmi la tenerezza della tua bocca mentre i-ncendi/mpar-avi le mie labbra.
Y me di cuenta de que la precisión no está echa por los besos. Y, quizá, tampoco por todas cuestiones de sentimientos: E mi sono resa conto che la precisione non è fatta per i baci. E forse nemmeno per tutte le questioni di sentimenti:

Lento llegaste, y sorpresivo Lento sei giunto, e di sorpresa
A sugerir tu danza A propormi la tua danza
De mariposa electrica. Di farfalla elettrica.
Deslumbrada de luz Abbagliata di luce
Por fin se cumple Infine si compie
La demasiada espera. La troppa attesa.

Solo espero que esta cosa se me vaya lo mas pronto posible: no me gusta estar así, desprotegida. Solo spero (e attendo) che questa cosa mi passi il più in fretta possibile: non mi piace essere così, vulnerabile.

Y nunca te preocupes por mí. Siempre soy la hija de un soldado. E non ti preoccupare mai per me. Sono pur sempre la figlia di un soldato.

naufraghi metropolitani

Mi chiedi di parlarti del Piemonte.

Per me il Piemonte è “Torino e il resto”.

Due mondi differenti.

Torino è una città austera, elegante, di strade ampie e di piazze ariose. Di chilometri di portici sotto cui camminare nei giorni di pioggia.

Ti piacerebbe la via Po, che scende verso il fiume, e accorgerti con sorpresa che non sembra affatto in discesa. Perché per un capriccio del re i portici sono stati costruiti via via più alti man mano che ci si avvicina al fiume.

Ameresti la bellezza sublime di piazza San Carlo, scintillante anche nelle giornate di pioggia.

Ti entusiasmerebbe l’esaltante ampiezza di piazza Vittorio Veneto, che sembra ancora più immensa perché tutta circondata di bianco. E piazza Castello ti commuoverebbe per certo, con le sue fontane rasoterra e le panchine e la gente che viene e che va.

Torino è stata la prima capitale d’Italia e non tutti lo sanno.

Qui Cavour, spregiudicato ministro di Vittorio Emanuele, amante delle donne, del buon vino e del buon cibo (non necessariamente in quest’ordine) ha sognato un’Italia liberale, severa, lavoratrice, e però ricca di fantasia. E non l’ha potuta vedere.

A Torino è nata l’alta moda italiana. Torino è stata la porta della fotografia in Italia (mirabili le gesta fotografiche della Contessa di Castiglione, incantevole tramatrice in combutta con Cavour, la prima performing artist al mondo, ben prima di Marina Abramovich!) e, subito dopo, del cinema.

Torino è anche i suoi cafè. Florio, Pepino, Baratti, Mulassano, Beccuti, Plattì, il Caffè San Carlo e il Caval d’Bruns (il cavallo di bronzo) … Conservano gli arredi ottocenteschi e Liberty…

Il Bicerin in piazza della Consolata, si dice, conserva l’autentica ricetta di quella delizia che tanto Cavour amava (1/3 di cioccolata amara, 1/3 di caffè, 1/3 di fiordilatte), da bere rigorosamente senza zucchero e non mescolato, scottandosi le mani e la lingua nelle giornate gelide d’inverno.

Al Bar Elena ho trascorso molte delle pause pranzo durante l’università, a leggere un libro mentre mangiavo qualcosa (di dolce per lo più perché, e questo è un difetto molto torinese, sono estremamente golosa).

Il Bar Elena è quello di Cesare Pavese … Verrà la morte e avrà i tuoi occhi … Avesse bevuto qualche cioccolata con panna in più (al Bar Elena la facevano davvero strepitosa!) forse non avrebbe avuto tutti sti pensieri neri …

Di più ameresti i cortili nascosti all’interno di austeri palazzi. Autentici gioielli segreti, in cui amo intrufolarmi con gran faccia tosta.

La gente di Torino assomiglia alla città. Siamo grigi a prima vista, ma è un grigio perla che, a conoscerci da vicino, ci riveliamo ironici, fantasiosi, bizzarri …

Si dice che Torino non “accoglie” gli estranei. E che però fa spazio a tutti.

È vero. Non siamo come gli abitanti delle altre città italiane. Non siamo immediatamente amici di tutti.

Però chi viene qui, in un modo o nell’altro, trova il suo posto. Sempre che si comporti come si deve.

naufraghi metropolitani

Ti ho sognato, stanotte.

Tra i deliri della febbre, col naso che colava come un rubinetto aperto, il mal di testa e il bruciore alla gola che mi accerchiavano in una manovra a tenaglia, ti ho sognato.

Stavi seduto sul bordo del letto accanto al mio ed eri magro, emaciato.

A un certo punto ti sei alzato e sei venuto accanto a me. Stavo alla tua destra e ti ho abbracciato.

E non riuscivo a capacitarmi di come potessi essere così esile, tu che per me rappresenti la roccia granitica di cui sono composte le montagne più vecchie.

Ho avvolto la tua spalla con la mia mano e la sentivo ossuta e fragile, più delicata della mia. Eppure sentivo che non sei così. E mi sono resa conto che abbracciando te, abbracciavo me stessa. Assurdità surreali possibili solo nei sogni …

Ed eri sbarbato. Ti percorrevo in punta di dita la pelle del volto, liscia e morbida. E mi piaceva sentirne il calore, la consistenza, elastica sulle guance, decisa sulla mandibola. E mentre lo facevo mi sorridevi un sorriso di promesse mai mantenute.

E poi stavo così. A guardarti da vicino, nella nostra febbre languida di lontananze incolmabili.