buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2021
Reverso

Recordar a quien duerme
es un acto común y cotidiano
que prodría hacernos temblar.
Recordar a quien duerme
es imponer a otro la interminable
prisión del universo,
de su tiempo sin ocaso ni aurora.
Es revelarle que es alguien o algo
que está sujeto a un nombre que lo publica
y a un cúmulo de ayeres.
Es inquietar su eternidad.
Es cargarlo de siglos y de estrellas.
Es restituir al tiempo otro Lázaro
cargado de memoria.
Es infamar el agua del Leteo.

Jorge Luis Borges, La cifra, 1981
Rovescio

Ricordare chi dorme
è un atto comune e quotidiano
che potrebbe farci tremare.
Ricordare chi dorme
è imporre all'altro l'interminabile
prigione dell'universo,
del suo tempo senza tramonto né aurora.
È rivelargli che è altri o altro
che è soggetto a un nome che lo rende pubblico
e a un cumulo di ieri.
È sconvolgere la sua eternità.
È caricarlo di secoli e di stelle.
È restituire al tempo un altro Lazzaro
carico di memoria.
È infamare l'acqua del Lete.

Jorge Luis Borges, La cifra, 1981

naufraghi metropolitani

Il ricordo più bello che ho dei nonni è di loro due abbracciati, accanto alla staccionata, mentre ci guardavano andar via, dopo l’inizio delle vacanze estive, a gennaio…

Credo che per loro fosse un momento ossimorico (come mi piace usare questi termini esagerati!): erano dispiaciuti, perché sarebbero trascorsi ancora molti mesi prima che la loro grande casa risuonasse di nuovo di tutte le nostre risate, chiacchiere, corse lungo i corridoi, racconti … Ma allo stesso tempo erano sollevati perché cominciavano a essere vecchietti e tutta quella baraonda li stancava (“in effetti siete un po’ faticosi” diceva la nonna, con quel suo eterno meraviglioso sorriso).

Il nonno era enorme. Un orso. Imponente, con un gran pancione sodo, dove mi piaceva appoggiare l’orecchio per ascoltare tutto quello che il suo “didentro” aveva da raccontarmi. E braccia forti e mani sempre calde e tanto grandi. Però curate. Mani di uno che non si faceva problemi a lavorare con le mani. Mani di uno che però, poi, era uno scrittore.

La nonna era d’acciaio. Esile, questo sì. Un filo d’acciaio. Non era tanto piccola. Solo che, avvolta nel suo caldo poncho di guanaco, accanto a NonnOrso e col suo braccio attorno alle spalle, sembrava sempre minuscola.

Io restavo incantato a guardarli attraverso il vetro posteriore della macchina, mentre diventavano sempre più formichini, fino a svanire del tutto alla mia vista. Però lo sapevo che, quando restavano soli, lui la stringeva a sé e le diceva “vamonos, mujer, ya no es hora de llorar”. E allora lei sorrideva, con quel suo sorriso un po’ velato e battendogli la mano sul petto, gli rispondeva “vamonos, viejo gruñon, es hora de preparar algo que comer”. Lo sapevo o lo immaginavo, perché una volta li avevo visti fare così e guardarsi, occhi negli occhi, come se fossero ancora due ragazzini innamorati.

Tra loro parlavano in Spagnolo (anzi, in Castellano rioplatense che è la variante, addolcita nella pronuncia, che si parla in Argentina). Ma la nonna non era Argentina. E nemmeno Spagnola. E a voler dirla proprio tutta non era nemmeno la mia nonna. Cioè, lo era senza dubbio, se penso con il cuore. Ma non lo era se guardo all’albero genealogico.

Perché, e mi ci sono voluti anni per metterlo a fuoco, la banda con cui trascorrevo le vacanze di Natale all’estancia era quanto di più colorato si potesse immaginare.

Infatti il nonno era veramente mio nonno, nel senso che era proprio il papà della mamma, però ad esempio non era il nonno di Letizia, Thomas e Françoise né del piccolo Jorge. Già perché loro erano i nipoti della nonna, che era la mamma del loro papà, il suo unico figlio, il quale però “si era dato da fare” e aveva avuto tre mogli (o compagne, o qualcuna l’aveva sposata e qualcuna no, questo non l’ho mai accertato e in fondo non era granché importante) e aveva avuto Letizia con la prima, Thomas e Françoise con la seconda (che era una Francese un po’ supponente), e con Angeles, la sua terza moglie, che era di Buenos Aires, Jorge (che per la precisione si chiamava Jorge Luís, in onore di Borges, per la gioia dei nonni che si erano conosciuti e amati grazie a quello che si divertivano a chiamare “il Maestro”).

Non che dalla nostra parte le cose fosse più semplici.

Anche al nonno erano piaciute troppe donne, come diceva mamma maliziosamente, e ne aveva sposate due e con loro aveva avuto quattro figli (uno con la prima e tre con la seconda, tra cui la mamma). E poi c’era stata una terza e anche con lei aveva avuto dei figli (due).

E questa terza però era un po’ un mistero di cui lui non parlava volentieri e nessuno l’aveva vista mai. Anche se tutti eravamo certi che la nonna di lei sapesse perché, come sosteneva il nonno, la nonna di lui sapeva tutto e gli indovinava persino le intenzioni (questa cosa sta scritta in un racconto di Borges, che è un racconto bellissimo che parla del tango, che la nonna ballava e il nonno era un orso e quindi lui no, e di coltelli e risse, che invece piacevano tanto al nonno – aveva certe cicatrici sulle braccia … e una più profonda, sul petto).

Però … anche quelli erano figli suoi e li aveva amati e cresciuti al pari di tutti gli altri.

Vivevamo sparpagliati in giro per il mondo. Il che non ci impediva di riunirci tutti, ma proprio tutti, tranne la Francese supponente, all’estancia per Natale.

naufraghi metropolitani

Cementerio de Azul

Las paredes de mi estancia
en la soledad entrechocan
segundos agonizantes.
Y la luna.

Te alejas
leguas de silencio.
La tierra està sembrada
de hojas.
No hay luna en mis manos.

Mi jardin corazon solitario,
paisaje amarillo recogido en otoño,
velamen empapado
en la charca de la tarde.

Y un serio marinero
en la popa, fumando
tabaco de silencio,
corta la estela del recuerdo.

Aventuras los mastiles
ensangrientan.
Cimitero di Azul

Le pareti della mia stanza
nella solitudine si scontrano con
secondi agonizzanti.
E la luna

Ti allontani
leghe di silenzio.
La terra è seminata
di foglie.
Non c'è luna nelle mie mani.

Il mio giardino cuore solitario,
paesaggio giallo raccolto in autunno,
velame inzuppato
nello stagno della sera.

E un marinaio pensieroso,
fumando a poppa
tabacco di silenzio,
taglia la scia del ricordo.

Avventure insanguinano
gli alberi.