naufraghi metropolitani

covid19

Qué puedo decir
de este momento?
De esto preciso instante
en que el respiro se me corta?

Qué es esta noche
de vidrios negros y frio?
La Luna llueve como una bendición
en mi solitario cuarto tosiente.

Piensando
en nuestros sueños,
entrelazando nisperos y hielo,
y el azahar … me pierdo.

Resplandeciente es el oceano
de tus silencios,
limón de lágrimas
queman mis mejillas. Y los labios.
covid19

Che posso dire
di questo momento?
Di questo preciso instante
in cui il respiro mi si taglia?

Che cosa è questa notte
di vetri neri e freddo?
La Luna piove come una bendizione
nella mia solitaria stanza tossente.

Pensando
ai nostri sogni,
intrecciando nespoli e gelo,
e le zagare … mi perdo.

Luminoso è l'oceano
dei tuoi silenzi,
limone di lacrime
bruciano le mie guance. E le labbra.

naufraghi metropolitani

Cementerio de Azul

Las paredes de mi estancia
en la soledad entrechocan
segundos agonizantes.
Y la luna.

Te alejas
leguas de silencio.
La tierra està sembrada
de hojas.
No hay luna en mis manos.

Mi jardin corazon solitario,
paisaje amarillo recogido en otoño,
velamen empapado
en la charca de la tarde.

Y un serio marinero
en la popa, fumando
tabaco de silencio,
corta la estela del recuerdo.

Aventuras los mastiles
ensangrientan.
Cimitero di Azul

Le pareti della mia stanza
nella solitudine si scontrano con
secondi agonizzanti.
E la luna

Ti allontani
leghe di silenzio.
La terra è seminata
di foglie.
Non c'è luna nelle mie mani.

Il mio giardino cuore solitario,
paesaggio giallo raccolto in autunno,
velame inzuppato
nello stagno della sera.

E un marinaio pensieroso,
fumando a poppa
tabacco di silenzio,
taglia la scia del ricordo.

Avventure insanguinano
gli alberi.

naufraghi metropolitani

... e nuda, tra le tue lenzuola, trovo
(… e nudo tra queste lenzuola resto al)

riparo dalla pioggia della luce
(riparo della luce)

del tramonto, mentre ti leggo i versi
(del tramonto e mentre leggi i versi)

di Neruda che (a memoria!) tu completi,
(di Neruda, ascolto la tua voce limpida e sensuale)

contemplando le mie natiche e miei seni...
(contemplo le tue natiche e i tuoi seni)

Il canto degli hangars

il-canto-degli-hangar-clara-ravaglia
Acutamente, Clara Ravaglia, 2015

Canto degli hangars

Abbiamo teso nel sole nervature di ferro,
abbiamo inarcato schiene metalliche,
e aperta a una folata di gioia
la bocca, che aspira gigante la vita…
La notte non dorme sul dorso
che al cielo puntiamo,
non lima il silenzio le salde armature;
ma sempre ci batte un alito di lavoro,
una promessa calda di forze,
che crescono meravigliose.
Abbiamo lanciato sulle maree dei cieli,
fino oltre gli scogli delle nubi,
macchine fatte con lamine
di volontà presente,
e motori d’ardimenti infiniti
che uccidono i venti,
e leve che inalzano la sagoma dell’uomo
oltre gli umani destini.
Abbiamo baciato, nei tramonti vermigli,
i nostri reduci figli,
e udito contarsi tra loro,
i pezzi di schietto metallo e l’aste di legno,
la grande favola d’oro,
le meraviglie di un regno,
che inalza i suoi palazzi incantati
con blocchi, squadrati nel macigno turchino.
Abbiamo dormito sui limiti dell’infinito,
abbiamo lanciato al popolo delle stelle,
il ritmo dell’uomo ribelle,
che marcia verso un destino sublime,
e, a tappe giganti, vuole
piantare con salde radici,
le nostre armature nel sole.
da “il canto dei motori” Luciano Folgore (Omero Vecchi), 1912

Che c’entra “acutamente” con questo Vecchi Omero, che per smentire i Latini (nomen omen), chiese a d’Annunzio di trovargli uno pseudonimo?
E quello non si fece pregare, naturalmente, e visto l’amore suo per i motori rombanti, gli appioppò “Folgore”.
E tale egli rimase, per scelta, sua, del destino e d’un amico.

I futuristi non erano poi del tutto da disprezzare e nelle arti seppero dare una visione nuova davvero, coniugando la forma e il colore con il movimento, che proprio in quegli anni andava facendosi sempre più rapido.

Che c’entra dunque?

Insomma, l’avevo minacciata, in altri lidi, poi … le cose non sono andate come avremmo desiderato. Perlomeno, non come avrei desiderato io.
E che temevo potesse esser letto come un ricambiar carinerie. Che invece, sia chiaro, non è.
L’aver ritrovato, qui, lo scatto che desideravo mettere in poesia, là, mi ha poi convinta.
E in fondo, perché no?
Così scrivo.

Ci può essere poesia in un’immagine astratta?
Che cosa ci fa dire che ciò che vediamo è poetico?
Basta che sia perché ci piace?
Per me tutto nasce da quel che tocca le nostre corde profonde, per farle vibrare.
E questo tuo scatto, Clara, è tutto vibrante.
Vibra la forma, acutamente voluta dalla tua acuta mente.
Puntata verso un vertice che sa di infinito asintoto, perché ci si avvicina senza toccarlo.
Come la perfezione, verso cui sempre tendere, pur sapendo di mai poter raggiungerla. Ma senza lasciarsi schiacciare da questa consapevolezza e anzi, come fai tu, usandola a pungolo (acuto, appunto) per migliorare a ogni scatto. A ogni nuova visione.

Vibra il colore, il tuo colore, ogni volta declinato in nuove armonie, che rende nobili anche i cavi elettrici, anche i lampioni…

Vibra il senso, il significato che sai dare alle cose.

Uno sguardo elettrico, dunque, il tuo. Che muove e smuove e modifica il consueto, il banale rendendolo bello. E che per questo ci interroga, costantemente, e non ci permette di star fermi, non ci permette di catalogare il mondo secondo schemi usati e ab-usati, per metterlo in barattoli da cui poi non lasciarlo uscire più, perché così è rassicurante.

Ecco se poesia è, come già dicevo (e come recita il vocabolario), derivato direttamente da “creare”, e più nello specifico è essa stessa “creazione”, allora è quello che tu fai.
Posi sulle cose uno sguardo che le ri-crea.
E scusa se è poco.

Buon tutto.

“Il tutto a tutti”, come mi si è detto. Che “il poco per pochi c’è già”.
Ma io sono massimalista…

A un’amica che non ringrazierò mai abbastanza. Acuta mente fotografica. Cuore immenso.