À plein temps

Eric Gravel, À plein temps, 2021

Mi sono concessa (grazie a marito e figlio che mi assecondano e si rassegnano a leggere sottotitoli non sempre a caratteri cubitali) una serie di film in lingua originale, tutti imperniati su donne forti.

Come la Anaïs di Les amours d’Anaïs anche Julie corre: corre la corsa a ostacoli dal mattino molto presto alla sera molto tardi, della donna e madre che lavora, ma corre molto di più di quanto si possa immaginare perché lavora come addetta alle camere in un hotel cinque stelle in centro a Parigi e però vive nella seconda cintura della grande città (oltre la banlieue, in quasi campagna) ed è divorziata, con due figli a carico e i conti da far quadrare e la scuola che chiude molto prima che lei riesca a rincasare dal lavoro e le baby sitter che costano e una vicina gentile che le guarda i piccoli e però comincia a essere un po’ anziana e a volte perde qualche colpo … e un ex marito ectoplasmatico che non paga gli alimenti, non trascorre mai coi figli (che sono anche suoi ma sembra dimenticarlo troppo facilmente) i giorni prestabiliti e compare in tutto il film solo come messaggio whatsapp o come voce registrata della sua segreteria telefonica, che avverte che “al momento non sono in città …”.

Julie corre e spera anche di trovare un lavoro più adatto alle sue competenze e capacità. Perché (e questo dovrebbe farci meditare) Julie è laureata e ha un master e parla tre lingue e, essendo donna, quando l’azienda per la quale lavorava ha deciso per un taglio del personale, è stata tra le prime a esserne colpite.

Il tutto scandito da una musica angosciante.

Buongiorno!

Erano mesi strani, quelli, in cui la gente vociferava di una nuova malattia in arrivo da Guandong, una provincia costiera all’estremità meridionale della Cina. Nota come SARS, o Sindrome Respiratoria Acuta Grave, si stava diffondendo sul territorio provocando un sacco di morti. Ma poiché le autorità non avevano confermato ufficialmente che si trattasse di un’epidemia mortale, quasi tutti la liquidavano come una diceria. Io e i miei amici, al contrario, eravamo molto preoccupati perché avevamo sentito che si poteva contrarre la SARS anche solo parlando con qualcuno di infetto. Ti veniva la tosse, poi la febbre, i muscoli iniziavano a farti male e nell’arco di qualche giorno il sistema immunitario collassava. In molti reputavano il contagio una sorta di punizione naturale contro gli abitanti di Guandong, considerati dei bruti che si nutrivano di animali selvatici come scimmie e serpenti: una cosa inaccettabile, dalla fine della Grande Carestia. Le persone dovevano inventarsi delle storie, soprattutto perché il governo impediva alla verità di venire a galla …

Karoline Kan, Sotto cieli rossi

Les amours d’Anaïs

Les amours d’Anaïs, Charline Bourgeois-Tacquet, 2021

Corre, Anaïs, corre sempre. Su e giù per le scale, anche fino al ventesimo piano se ce n’è bisogno, perché lei è claustrofobica. Per strada, perché spesso la sua bicicletta si rompe. Nella vita, perché lei la vita la prende a morsi e la mangia tutta.

E gli altri faticano a stare al suo passo.

È un tornado, Anaïs, e come tale entra nelle vite degli altri, le scompiglia e poi riparte. Finché conosce Emilie. Che potrebbe essere sua madre. E invece si innamorano.

Una storia meravigliosa, in cui gli uomini fanno un po’ la figura dei bambinetti sperduti, piagnucolosi e incapaci di prendere in mano le proprie vite (infatti a mio marito non è piaciuto per niente).

Buongiorno!

Tea Zanetti, Azul (Provincia de Buenos Aires), 2021

Come mai gli Americani erano tanto cattivi? Per il bombardamento? Non bastava, perché era dall’asilo che sentivo fare quei discorsi. Ci veniva ripetuto solo quello, per tutta la vita, ma nessuno si prendeva la briga di spiegarci le motivazioni. Forse pensavano che fossimo troppo piccoli per capire. Ma allora perché ci reputavano grandi abbastanza da odiare Paesi e popoli stranieri?

Karoline Kan, Sotto cieli rossi

O/OPPURE

Yo también quiero escribir-te, 
en tu espalda abracadabras
de ocasos rojo vivo
hirvientes de palabras.

Quiero escribir amargo
qué es ese sabor negro
de tu silencio, cuando
se hace demasiado largo.

Quiero escribir dolor,
que de esa tinta obscura
que ya injuria mi piel
del corazón es el color.

Pero, también, yo luz dibujaré.
Los amarillos rayos
que siempre me sonrien
si rodean tus ojos.

Y aún pintaré estrellas,
azules en tus hombros,
así que siempre sepas
que a ti miran mis ojos.

Por fin escribiré cuchillas
entrerrianas donde, en tu pecho, 
verde sopla mi aliento, 
entre tus canas.

Atado, entre palabras 
estás vos, en las sombras
de tu cuarto, y ahí me esperas.

No sabés si o cuando y como llegan,
la tinta china negra, 
y mi pincel.

Rozo el papel blanco.
Frío. Y tu deseo.
Se estremece tu piel.
Anch’io voglio scriver-ti,
sulla schiena abracadabra
di tramonti rosso vivo
roventi di parole.

Voglio scrivere amaro
che quel sapor nero
del tuo silenzio, quando
si fa troppo lungo.

Voglio scrivere dolore,
che di quell’inchiostro buio
che già ingiuria la mia pelle
del cuore è il colore.

Però, anche luce disegnerò.
I raggi gialli
Che sempre mi sorridono
Se contornano i tuoi occhi.

E anche dipingerò le stelle,
azzurre sulle tue spalle,
così che sempre sappia
che a te guardano i miei occhi.

E per finire scriverò colline
di Entrerrios dove, sul tuo petto
verde soffia il mio alito,
tra le tue canizie.

Legato, tra le parole,
stai tu, nelle ombre
della tua stanza, e lì mi aspetti.

Non sai se o quando e come arrivano
l’inchiostro di china nero
e il mio pennello.

Sfioro la carta bianca.
Freddo. E il tuo desiderio.
Rabbrividisce la tua pell