… questo sedimento di lacrime e parole che il fiume del tuo silenzio deposita con il suo scorrere incessante … Torino, 26 gennaio 2022
poesia dell’amor circense
Sono l'equilibrista. Ho nastri e corde al mio servizio. Con cosa vuoi che ti tenga col fiato sospeso? Sono la trapezista. La mia vita è l'istante sospeso, tra l'attrezzo che mi lascio alle spalle e quello che afferro, dopo il salto mortale, sorretta dal filo che unisce il mio corpo e il tuo sguardo sicuro che non sbaglierò la presa. Sono la contorsionista. Arco e ponte sospeso su queste sponde dell'oceano che ci separa. E cerco nuove prospettive, con l'erma incorniciata tra due colonne. Torino, 25 gennaio 2022
poesia dell’amor ricordo
Ti ho stretto tra le mie braccia.
Ho sentito il tuo calore.
Il tuo respiro nella curva
che il mio collo disegna
con la mandibola e l'orecchio.
Ho sentito le tue dita
scompigliarmi i capelli,
la tua lingua insinuarsi tra le mie labbra e
invitare la mia a una danza
tranquilla, lenta, estenuante.
Ho leccato di rapina
una goccia del tuo sudore,
mentre scivolava sul tuo petto,
e inspiravo il tuo odore,
imprimendolo nei miei ricordi.
Ti ho stretto le mani
tra le mie mani. Ho sentito
il loro calore.
E le ho strette di più
per non dimenticarne la forza
calma e sicura.
E le hai posate sui miei fianchi,
mentre mi guardavi e sorridevi.
E anch'io ti sorridevo e contavo
i fili iridescenti che la vita,
Aracne paziente,
aveva tessuto intorno ai tuoi occhi.
Ho ascoltato la tua voce
scendeva in me come miele di ruggine,
dalle profondità del tuo essere
arrivava a riempire
le profondità del mio vuoto.
Mi accarezzavi le orecchie
con parole di cui ricordo
solo la musica
e nessuno dei significati.
E ora che ho freddo
tutto quello che siamo stati,
tu e io,
non è che un sogno vago.
Torino, 24 gennaio 2022
buongiorno!

Lo avrebbero chiamato Shūzō, nome che significa «che forma un cerchio», ma che in congiunzione con il cognome Kuki, scritto con gli ideogrammi «nove» e «diavoli», scatena inevitabilmente un sabba. E suggerisce una forma al destino.
Giovanna Baccini, Una grazia inflessibile
naufraghi metropolitani
E niente. Scendo dal pullman e vedo questa tipa che mi viene incontro.
Una folgorazione.
Abbronzata.
Ha un borsone rosso a tracolla e una camicetta bianca con le maniche risvoltate sugli avambracci. È talmente sbottonata che le si vede molto più di quanto si possa considerare lecito. Ma lei se ne frega, guarda dritto davanti a sé e il vento le scompiglia i capelli.
Sicuro è una fotografa: tiene un treppiede nella mano sinistra.
Avanza con passo elastico, riempiendo lo spazio con decisione armoniosa, si capisce ad occhio nudo che è soddisfatta.
E me la squadro per bene, a costo di sembrare fuori luogo.
Le sorrido.
Mi sorride.
E in quella manciata di secondi il significato del paradosso di Zenone mi si fa lampante: ognuno di quegli istanti si frantuma in un’infinità di schegge minuscole. E vedo la sua pelle ambrata e costellazioni di piccoli nei spiccarle sul petto e gli avambracci e uno scooby-doo bianco, blu e azzurro, azzurro come i suoi occhi azzurri, al polso sinistro. E i polsi e le caviglie sono esili, e nervosi, come le sue dita lunghe, dalle unghie cortissime, che osservo con attenzione quando si porta una mano al volto e gli occhi le scintillano, perché il sole la abbaglia e così li strizza, arricciando un po’ il naso, convocando tutt’intorno una ragnatela di rughe sottili che la fanno ancora più bella. E all’improvviso, nel frastuono delle cinque del pomeriggio, un rumore fuori dal coro attira la sua attenzione e volta di scatto la testa in quella direzione, scoprendo l’orecchio delicato al cui lobo brilla un piccolo pendente che accompagna il mio sguardo lungo la linea sinuosa del collo …
