Ahora pasa que las tortugas son grandes admiradoras de la velocidad, como es natural.
(Adesso pare che le tartarughe siano grandi ammiratrici della velocità, come è ovvio.)
Las esperanzas lo saben, y no se preocupan.
(Le attese lo sanno, e non se ne preoccupano.)
Los famas lo saben, y se burlan.
(I famas lo sanno, e se ne fanno beffe.)
Los cronopios lo saben, y cada vez que encuentran una tortuga, sacan la caja de tizas de colores y sobre la redonda pizarra de la tortuga dibujan una golondrina.
(I cronopios lo sanno, e qogni volta che trovano una tartaruga, tirano fuori la scatola dei gessetti colorati e sulla lavagna rotonda della tartaruga disegnano una rondine.)
Julio Cortázar, Historias de cronopios y de famas
Leggo dell’uomo senza testa che si siede in Plaza Lavalle e poi cammina su Avenida de la Libertad sino ad arrivare a Avenida de Mayo.
Insieme alla testa ha perso quattro dei cinque sensi.
Almeno gli è rimasto il tatto, si dice.
Sorprendentemente la memoria tattile gli fa vedere i colori. Perché una pietra verde, le dita lo sanno, non è una pietra rossa. E mi pare del tutto logico. Pure i suoni di Plaza Lavalle danno alla pelle una sensazione diversa da quelli di Avenida de la Libertad.
Giunto in Avenida de Mayo recupero anche l’olfatto tattile.
È così che scopro che quell’uomo senza testa sono io e chiunque altro porti i ricordi tatuati sulla pelle. E non importa da quale lato, se dentro o fuori. Ora anch’io sento sulle natiche e le cosce il ricordo di stare seduta su una panchina in Plaza Lavalle e tocco un quaderno abbandonato proprio a fianco a me. Cammino e l’odore delle carni arrostite da Indios scuri come Cinesi-scuri mi arriccia la pelle delle braccia. In Avenida de Mayo mi accarezzano la schiena le vibrazioni di un corteo danzante che canta libertà in una mattina primaverile, ai primi di novembre …
La tua espressione,
lo sguardo perso all'orizzonte,
l'ho capita solo dopo,
riguardando la foto,
qualche giorno fa ...
poi ho incontrato l'anello
che mi mancava: quell'altro
te che in qualche modo
mi sfuggiva, scivolandomi
tra le dita.
Quello che ha traghettato
l'uomo stanco, un po' più in là
del mezzo del cammin
di nostra vita,
verso quella riva
dove comincia la vecchiaia.
E alla fine ho potuto
unire i due capi
della lunga catena
di uomini che sei stato,
risorto ogni volta,
come araba fenice,
dalle ceneri lasciate
nei falò di migliaia
di tramonti australi
(sopravvissuto a te
stesso ancora una volta).
Taccio,
guardando-ti,
leggendo-ti ...
Rifletto. Ti faccio
ogni giorno un po'
più mio.
Piccioni, con garbo e sottovoce, ci racconta una piccola storia sullo sfondo della Storia.
La storia di un reduce della Grande Guerra che dirige il ristorante che già fu del padre, che è un borghese ben inserito e che, anche se la possiede, non indossa la camicia nera.
La storia di Anna che è una giovane donna colta e volitiva che ha perso tutto a seguito delle leggi razziali e va a chiedere un posto di lavoro qualsivoglia, purché onesto, nel ristorante del reduce.
E poi lui è un uomo solo, stanco e disilluso e si innamora di lei che è una donna giovane e piena di vita, una di quelle che portano il sole ovunque vadano, con il solo sorriso.
E poi lei è ebrea ed è sposata ma si innamora di lui, nonostante le convenzioni e la guerra e mille problemi.
La storia piccola, dicevo, che però racconta come era quell’Italia, in cui continuava a pulsare un cuore, nonostante tutto.