poesia dell’amor ricordo

Ti ho stretto tra le mie braccia.
Ho sentito il tuo calore.
Il tuo respiro nella curva
che il mio collo disegna
con la mandibola e l'orecchio.

Ho sentito le tue dita
scompigliarmi i capelli,
la tua lingua insinuarsi tra le mie labbra e
invitare la mia a una danza
tranquilla, lenta, estenuante.

Ho leccato di rapina
una goccia del tuo sudore,
mentre scivolava sul tuo petto,
e inspiravo il tuo odore,
imprimendolo nei miei ricordi.

Ti ho stretto le mani
tra le mie mani. Ho sentito
il loro calore.
E le ho strette di più
per non dimenticarne la forza
calma e sicura.
E le hai posate sui miei fianchi,
mentre mi guardavi e sorridevi.

E anch'io ti sorridevo e contavo
i fili iridescenti che la vita,
Aracne paziente,
aveva tessuto intorno ai tuoi occhi.

Ho ascoltato la tua voce
scendeva in me come miele di ruggine,
dalle profondità del tuo essere
arrivava a riempire
le profondità del mio vuoto.
Mi accarezzavi le orecchie
con parole di cui ricordo
solo la musica
e nessuno dei significati.

E ora che ho freddo
tutto quello che siamo stati,
tu e io,
non è che un sogno vago.
Torino, 24 gennaio 2022

buongiorno!

Tea Zanetti, Gennaio 2022

Lo avrebbero chiamato Shūzō, nome che significa «che forma un cerchio», ma che in congiunzione con il cognome Kuki, scritto con gli ideogrammi «nove» e «diavoli», scatena inevitabilmente un sabba. E suggerisce una forma al destino.

Giovanna Baccini, Una grazia inflessibile

naufraghi metropolitani

E niente. Scendo dal pullman e vedo questa tipa che mi viene incontro.

Una folgorazione.

Abbronzata.

Ha un borsone rosso a tracolla e una camicetta bianca con le maniche risvoltate sugli avambracci. È talmente sbottonata che le si vede molto più di quanto si possa considerare lecito. Ma lei se ne frega, guarda dritto davanti a sé e il vento le scompiglia i capelli.

Sicuro è una fotografa: tiene un treppiede nella mano sinistra.

Avanza con passo elastico, riempiendo lo spazio con decisione armoniosa, si capisce ad occhio nudo che è soddisfatta.

E me la squadro per bene, a costo di sembrare fuori luogo.

Le sorrido.

Mi sorride.

E in quella manciata di secondi il significato del paradosso di Zenone mi si fa lampante: ognuno di quegli istanti si frantuma in un’infinità di schegge minuscole. E vedo la sua pelle ambrata e costellazioni di piccoli nei spiccarle sul petto e gli avambracci e uno scooby-doo bianco, blu e azzurro, azzurro come i suoi occhi azzurri, al polso sinistro. E i polsi e le caviglie sono esili, e nervosi, come le sue dita lunghe, dalle unghie cortissime, che osservo con attenzione quando si porta una mano al volto e gli occhi le scintillano, perché il sole la abbaglia e così li strizza, arricciando un po’ il naso, convocando tutt’intorno una ragnatela di rughe sottili che la fanno ancora più bella. E all’improvviso, nel frastuono delle cinque del pomeriggio, un rumore fuori dal coro attira la sua attenzione e volta di scatto la testa in quella direzione, scoprendo l’orecchio delicato al cui lobo brilla un piccolo pendente che accompagna il mio sguardo lungo la linea sinuosa del collo …

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2022
Despierta, sí, cerrada
caverna de coral. Voy por tus breñas,
cabeceante, ciego, perseguido.
Ábrete a mi llamada,
al mismo sueño que en tu gruta sueñas.
Tus rojas furias sueltas me han mordido.
¿Me escuchas en lo oscuro?
sediento, he jadeado las colinas
y descendido al valle donde empieza
el caminar más duro,
pues todo, aunque cabellos, son espinas,
montes allí rizados de maleza.
¿Duermes aún? ¿No sientes
cómo mi flor, brillante y ruborosa
la piel, extensa y alta se desnuda,
y con labios calientes
- coral los tuyos y los míos rosa -
besa la noche de tus labios muda?
¡Despierta! ...


Rafael Alberti, Dialogo entre Venus y Priapo
Svegliati, sì, serrata
caverna di corallo. Tra i tuoi sterpi vado,
barcollante, cieco, perseguitato.
Apriti al mio richiamo,
allo stesso sogno che nella tua grotta sogni.
Le tue rosse furie libere mi han morso.
Mi ascolti nel buio?
assetato, ho ansimato le colline
e sceso la valle dove inizia
il cammino più duro,
perché tutto, anche i capelli, sono spine,
monti lì arricciati di boscaglia.
Dormi, dunque? Non senti
come il mio fiore, brillante e arrossata
la pelle, lungo e alto si denuda,
e con labbra ardenti
- corallo le tue e le mie rosa –
Bacia la notte delle tue labbra muta?
Svegliati! ...

Rafael Alberti, Dialogo tra Venus y Priapo

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2021

L’oltraggio a Dio era una volta il maggior delitto: ma
Dio è morto e morirono con lui anche questi bestemmiatori.
Oltraggiar la terra è quanto vi sia di più terribile, e
stimare le viscere dell’imperscrutabile più che il senso
della terra è una colpa spaventosa.
Una volta l’anima guardava con disprezzo il corpo: e
quel disprezzo era una volta il più alto ideale – lo voleva
magro, odioso, affamato. Pensava, in tal modo, di sfuggire a lui e alla terra.
Oh, quest’anima era anch’essa magra, odiosa, affamata: e la crudeltà sua gioia suprema.
Ma voi pure, fratelli miei, ditemi: che cosa vi rivela il
vostro corpo intorno all’anima vostra? Essa non è forse
miseria e sozzura, e compassionevole contentezza di sè
medesima?
In verità l’uomo è fangosa corrente. Bisogna addirittura essere un mare per poter ricevere in sè un torbido
fiume senza divenire impuro.
Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è questo mare,
e in esso può inabissarsi il vostro grande disprezzo.
Che di più sublime potete voi sperimentare? Ecco l’ora del maggior disprezzo, l’ora nella quale vi verrà a
noia non solo la vostra felicità, ma anche la vostra ragione e la vostra virtù

Friedrich Nietzsche, COsì parlò Zaratustra.