Ho paura non di

Tengo miedo no solo de
decir, ni siquiera
de pensar
que te amo.

Tengo miedo de admitir
que lo que nos ata
es como vos decís
algo arcano.

Son límpidas
Las palabras que
Nadan en
Mi cabeza ahogada
En la luz de esta
Evidencia.

Y todas repiten
Tu nombre.
Ho paura non di
dire, ma persino
di pensare
che ti amo.

Ho paura di ammettere
che quello che ci lega
è come dici tu
qualcosa di arcano.

Sono limpide
Le parole che
Nuotano nella
Mia mente annegata
Nella luce di questa
Evidenza.

E tutte ripetono
Il tuo nome.

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2021
No eres los otros

No te habrá de salvar lo que dejaron
escrito aquellos que tu miedo implora;
no eres los otros y te ves ahora
centro del laberinto que tramaron
tus pasos. No te salva la agonía
de Jesús o de Sócrates ni el fuerte
Siddharta de oro que aceptó la muerte
en un jardín, al declinar el día.
Polvo también es la palabra escrita
por tu mano o el verbo pronunciado
por tu boca. No hay lástima en el Hado
y la noche de Dios es infinita.
Tu materia es el tiempo, el incesante
tiempo. Eres cada solitario instante.

(Jorge Luis Borges)
Non sei gli altri

Non ti salverà ciò che lasciarono
scritto quelli che il tuo terrore implora;
non sei gli altri e ti vedi ora
centro del labirinto che tramarono
i tuoi passi. Non ti salva l'agonia
di Gesù o di Socrate né il forte
Siddharta d'oro che accettò la morte
in un giardino, al declinar del dì.
Polvere anche è la parola scritta
dalla tua mano o il verbo pronunciato
dalla tua bocca. Non c'è ferita nel Fato
e la notte di Dio è infinita.
La tua materia è il tempo, l'incessante
tempo. Sei ciascun solitario istante.

(Jorge Luis Borges)

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul – Dicembre 2021

Jacque Derrida invita i lettori a pensare come se fossero in viaggio, o più esattamente a «pensare di viaggiare». Ciò significa pensare a quell’esclusiva attività del partire, dell’allontanarsi dal chez soi, dell’andare lontano, verso l’ignoto, affrontando tutti i rischi, i piaceri e i pericoli che l’ignoto ha in serbo (anche il rischio di non tornare).

Derrida è ossessionato dall’idea di «essere lontano». Ci sono buoni motivi di ritenere che tale ossessione sia nata allorché il dodicenne Jacques fu espulso dalla scuole che nel 1942 ricevette l’ordine dall’amministrazione di Vichy del Nord Africa di cacciare tutti gli scolari ebrei. Iniziò così il suo esilio perpetuo. Da allora, Derrida ha diviso la propria vita tra Francia e Stati Uniti. In America era un Francese; in Francia, tuttavia, per quanto si sforzasse l’accento algerino della sua infanzia continuava di tanto in tanto a trapelare dal suo squisito eloquio francese, svelando così un pied noir abilmente nascosto dietro la sottile aura di professore della Sorbona (questo è il motivo, pensa qualcuno, per cui Derrida giunse a teorizzare la superiorità della parola scritta e creò il mito eziologico di tale superiorità a supporto dell’asserzione assiologica). Culturalmente Derrida sarebbe rimasto sempre un «apolide» Ciò tuttavia non significò essere privi di una madrepatria culturale. Al contrario: essere «culturalmente apolide» significava avere più di una madrepatria, costruirsi una casa propria sui crocevia tra culture diverse.

Zygmunt Bauman, Modernità liquida

America latina

America Latina, Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2021

Dopo oltre tre mesi, causa Argentina e covid-19, ieri torno finalmente al cinema.

Ingolosita dal titolo e senza stare troppo a guardare le recensioni, decido per America Latina. I registi, due giovani in gamba, e il cast di prim’ordine mi convincono definitivamente che è il film giusto per riprendere un’abitudine deliziosa troppo a lungo trascurata.

Il film è la storia di Massimo, dentista nel mezzo del cammino di sua vita, che trascorre i suoi giorni nell’agiatezza di una villa assopita nella campagna laziale, con una moglie bellissima e devota, due figlie adorabili e i cani.

Qualche vizio il nostro ce l’ha. La bottiglia e le pasticche che gli servono per riempire il vuoto della noia di una tanto agognata borghesia che anestetizza ogni desiderio di ribellione e per sostenere i ritmi della professione.

E vabbè. Ci sta. Non facciamo i moralisti.

La sua pacifica esistenza però viene messa a soqquadro dalla scoperta in cantina di una ragazzina, insanguinata, scarmigliata, selvaggia, imbavagliata e legata a una tubazione.

Ora, io non spoilero, ma se voi non sapete resistere alla curiosità, la cara, vecchia zia Wiki vi racconta tutta la trama dall’inizio alla fine (mancano solo i titoli di coda).

Il film è bellissimo. Ben fatto, con ottimi attori, dura appena 90 minuti, nel corso dei quali la sensazione di inquietudine per la vicenda di Massimo si intensifica sino a diventare vero e proprio disagio.

Il finale è davvero a sorpresa e ribalta tutto quello che avevamo pensato fino a quel momento.

Unico consiglio, se non siete proprio di buonissimo umore, evitatelo.

vuoi djokare con me?

È di queste ore la notizia che, dopo cinque anni, il marchio Lacoste ha iniziato a pensare che, forse, il volto di Nolan Djokovic non è il più adatto a rappresentare “i valori del marchio nel mondo”.

Ora, per carità, non voglio essere cattiva a tutti i costi (anche se la cosa non mi dispiace affatto) però credo che “i valori” siano sospinti da forti motivazioni che sempre iniziano per “E” e finiscono per “ICI” ma non è la sola lettera “T” la lettera mancante.

Ma vabbè, non è qui che volevo andare a parare.

Riassumo rapidamente, se mai ci fosse qualcuno che se l’è persa, la piccola soap opera (o telenovela?) che ha coinvolto il tennista.

A proposito, lo sapevate che in Serbo il nome “Nolan” si pronuncia “NoVak”? Davvero! Insomma, basta aggiungere una piccola s e il “djoko” è fatto. Come dicevano i saggi latini: “nomen omen”…

Nolan è Novax convinto. E fin qui tutto bene, non fosse che è un personaggio pubblico la cui opinione ha, come dire, una certa risonanza.

Per questa ragione non si vaccina contro il covid19 (chissà se contro la polio e il vaiolo e la meningite è vaccinato?). Giusto, la coerenza prima di tutto.

Però non vuole che, “siccomechenonsonovaccinato”, gli impediscano di djiocare a tennis, che è la sua più grande passione!

E a dar retta all’agiografia (riportata su zia Wiki, ovverosia la “bibbia” del sapere – sul sapere e zia Wiki magari ci faccio un post un’altra volta che mi incazzo) deve essere una passione proprio bruciante se si allenava persino sotto le bombe che devastavano Sarajevo.

Le bombe che devastavano Sarajevo … Ma … Il bombardamento di Sarajevo …

Non voglio fare del sarcasmo su quella che fu una tragedia immane. Però, ricordo, anzitutto a me stessa, come i bombardamenti su Sarajevo fossero iniziati nella primavera del 1992 (quando il nostro eroe non aveva ancora cinque anni) e terminati nell’estate del 1995. Chiudo la parentesi e proseguo senza interrogarmi oltre su quanto potesse essere determinante la volontà di un bambino di quattro anni, ma facciamo pure di otto).

Quindi, per evitare che senza vaccinazioni non lo lascino djocare, che cosa si inventa il nostro? Si fa fare un bel certificato medico in cui si dichiara che, per ragioni di salute, non può sottoporsi alle inoculazioni di nessuno dei quattro vaccini accreditati dall’OMS (né dei due tradizionali, né dei due di nuova concezione – quelli ad RNA messaggero che sono accusati da illustri sciemenziati di ALTERARE IL DNA – ma non era  RNA???).

Però, viene fuori che non è vero affatto che lui ha problemi di salute.

E quindi l’Australia, dove si reca per djocare gli OPEN, lo rimanda a casa.

E bene ha fatto. Dico io.

Perché a me non dà tanto fastidio che tu non ti vaccini, la vita è tua, puoi farne quello che ti pare.

A me quello che dà veramente fastidio è che tu pretenda che il tuo diritto (sacrosanto!) a non vaccinarti oltrepassi quel sottile confine che è rappresentato dal mio diritto (e di tutti quelli come me) a non venire in contatto con te che vaccinato non sei.

E che per ottenere quello che vuoi, tu faccia djiochetti da furbetto, pretendendo di farci passare tutti per fessi.