buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2022
Despierta, sí, cerrada
caverna de coral. Voy por tus breñas,
cabeceante, ciego, perseguido.
Ábrete a mi llamada,
al mismo sueño que en tu gruta sueñas.
Tus rojas furias sueltas me han mordido.
¿Me escuchas en lo oscuro?
sediento, he jadeado las colinas
y descendido al valle donde empieza
el caminar más duro,
pues todo, aunque cabellos, son espinas,
montes allí rizados de maleza.
¿Duermes aún? ¿No sientes
cómo mi flor, brillante y ruborosa
la piel, extensa y alta se desnuda,
y con labios calientes
- coral los tuyos y los míos rosa -
besa la noche de tus labios muda?
¡Despierta! ...


Rafael Alberti, Dialogo entre Venus y Priapo
Svegliati, sì, serrata
caverna di corallo. Tra i tuoi sterpi vado,
barcollante, cieco, perseguitato.
Apriti al mio richiamo,
allo stesso sogno che nella tua grotta sogni.
Le tue rosse furie libere mi han morso.
Mi ascolti nel buio?
assetato, ho ansimato le colline
e sceso la valle dove inizia
il cammino più duro,
perché tutto, anche i capelli, sono spine,
monti lì arricciati di boscaglia.
Dormi, dunque? Non senti
come il mio fiore, brillante e arrossata
la pelle, lungo e alto si denuda,
e con labbra ardenti
- corallo le tue e le mie rosa –
Bacia la notte delle tue labbra muta?
Svegliati! ...

Rafael Alberti, Dialogo tra Venus y Priapo

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2021

L’oltraggio a Dio era una volta il maggior delitto: ma
Dio è morto e morirono con lui anche questi bestemmiatori.
Oltraggiar la terra è quanto vi sia di più terribile, e
stimare le viscere dell’imperscrutabile più che il senso
della terra è una colpa spaventosa.
Una volta l’anima guardava con disprezzo il corpo: e
quel disprezzo era una volta il più alto ideale – lo voleva
magro, odioso, affamato. Pensava, in tal modo, di sfuggire a lui e alla terra.
Oh, quest’anima era anch’essa magra, odiosa, affamata: e la crudeltà sua gioia suprema.
Ma voi pure, fratelli miei, ditemi: che cosa vi rivela il
vostro corpo intorno all’anima vostra? Essa non è forse
miseria e sozzura, e compassionevole contentezza di sè
medesima?
In verità l’uomo è fangosa corrente. Bisogna addirittura essere un mare per poter ricevere in sè un torbido
fiume senza divenire impuro.
Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è questo mare,
e in esso può inabissarsi il vostro grande disprezzo.
Che di più sublime potete voi sperimentare? Ecco l’ora del maggior disprezzo, l’ora nella quale vi verrà a
noia non solo la vostra felicità, ma anche la vostra ragione e la vostra virtù

Friedrich Nietzsche, COsì parlò Zaratustra.

naufraghi metropolitani

Mi manchi

Anche tu

Avrei dovuto regalarti le mie staffe, quelle che usavo da ragazzo. Come pegno

Ma io torno!

E allora sono già tue

Ho fatto una cosa

???

Tranquillo! Niente di strano!

???

Ho lasciato lì le mie scarpe, quelle con cui ho camminato tutti i giorni, percorrendo quasi mille chilometri. Come buon auspicio …

Dici davvero?

Come buon auspicio… Anch’io lo avrei fatto

Io l’ho Fatto! … Ho pensato che così tornerò

Ti amo

Anch’io ti amo. Per questo le ho lasciate.

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2021
Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.
C’è una terra che tace
e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.
È una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
È una terra cattiva –
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.
Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese, 30-31 ottobre 1945
("Verrà la morte e avrà i tuoi occhi")
Vos también sos colina
y camino de rocas
y juego entre juncos,
y conoces la viña
que de noche se calla.
Vos no decís palabras.
Hay una tierra que calla
y no es tierra tuya.
Hay un silencio que dura
sobre plantas y colinas.
Hay aguas y campañas.
Sos un cerrado silencio
que no cede, sos labios
y ojos obscuros. Eres viña.
Es una tierra que espera
y no dice palabra.
Han pasado los días
bajo cielos ardientes.
Tu has jugado a las nubes.
Es una tierra mala –
tu frente lo sabe.
También esto es la viña.
Reencontrarás nubes
y juncos, y voces
como sombra de luna.
Reencontrarás palabras
además de la vida corta
y nocturna de juegos,
además de la infancia encendida.
Será dulce callarse.
Sos la tierra y la viña.
Un silencio encendido
quemará la campaña
como hogueras en la noche.

Cesare Pavese, 30-31 octubre 1945
("Vendrá la muerte y tendrá tus ojos")

naufraghi metropolitani

Il ricordo più bello che ho dei nonni è di loro due abbracciati, accanto alla staccionata, mentre ci guardavano andar via, dopo l’inizio delle vacanze estive, a gennaio…

Credo che per loro fosse un momento ossimorico (come mi piace usare questi termini esagerati!): erano dispiaciuti, perché sarebbero trascorsi ancora molti mesi prima che la loro grande casa risuonasse di nuovo di tutte le nostre risate, chiacchiere, corse lungo i corridoi, racconti … Ma allo stesso tempo erano sollevati perché cominciavano a essere vecchietti e tutta quella baraonda li stancava (“in effetti siete un po’ faticosi” diceva la nonna, con quel suo eterno meraviglioso sorriso).

Il nonno era enorme. Un orso. Imponente, con un gran pancione sodo, dove mi piaceva appoggiare l’orecchio per ascoltare tutto quello che il suo “didentro” aveva da raccontarmi. E braccia forti e mani sempre calde e tanto grandi. Però curate. Mani di uno che non si faceva problemi a lavorare con le mani. Mani di uno che però, poi, era uno scrittore.

La nonna era d’acciaio. Esile, questo sì. Un filo d’acciaio. Non era tanto piccola. Solo che, avvolta nel suo caldo poncho di guanaco, accanto a NonnOrso e col suo braccio attorno alle spalle, sembrava sempre minuscola.

Io restavo incantato a guardarli attraverso il vetro posteriore della macchina, mentre diventavano sempre più formichini, fino a svanire del tutto alla mia vista. Però lo sapevo che, quando restavano soli, lui la stringeva a sé e le diceva “vamonos, mujer, ya no es hora de llorar”. E allora lei sorrideva, con quel suo sorriso un po’ velato e battendogli la mano sul petto, gli rispondeva “vamonos, viejo gruñon, es hora de preparar algo que comer”. Lo sapevo o lo immaginavo, perché una volta li avevo visti fare così e guardarsi, occhi negli occhi, come se fossero ancora due ragazzini innamorati.

Tra loro parlavano in Spagnolo (anzi, in Castellano rioplatense che è la variante, addolcita nella pronuncia, che si parla in Argentina). Ma la nonna non era Argentina. E nemmeno Spagnola. E a voler dirla proprio tutta non era nemmeno la mia nonna. Cioè, lo era senza dubbio, se penso con il cuore. Ma non lo era se guardo all’albero genealogico.

Perché, e mi ci sono voluti anni per metterlo a fuoco, la banda con cui trascorrevo le vacanze di Natale all’estancia era quanto di più colorato si potesse immaginare.

Infatti il nonno era veramente mio nonno, nel senso che era proprio il papà della mamma, però ad esempio non era il nonno di Letizia, Thomas e Françoise né del piccolo Jorge. Già perché loro erano i nipoti della nonna, che era la mamma del loro papà, il suo unico figlio, il quale però “si era dato da fare” e aveva avuto tre mogli (o compagne, o qualcuna l’aveva sposata e qualcuna no, questo non l’ho mai accertato e in fondo non era granché importante) e aveva avuto Letizia con la prima, Thomas e Françoise con la seconda (che era una Francese un po’ supponente), e con Angeles, la sua terza moglie, che era di Buenos Aires, Jorge (che per la precisione si chiamava Jorge Luís, in onore di Borges, per la gioia dei nonni che si erano conosciuti e amati grazie a quello che si divertivano a chiamare “il Maestro”).

Non che dalla nostra parte le cose fosse più semplici.

Anche al nonno erano piaciute troppe donne, come diceva mamma maliziosamente, e ne aveva sposate due e con loro aveva avuto quattro figli (uno con la prima e tre con la seconda, tra cui la mamma). E poi c’era stata una terza e anche con lei aveva avuto dei figli (due).

E questa terza però era un po’ un mistero di cui lui non parlava volentieri e nessuno l’aveva vista mai. Anche se tutti eravamo certi che la nonna di lei sapesse perché, come sosteneva il nonno, la nonna di lui sapeva tutto e gli indovinava persino le intenzioni (questa cosa sta scritta in un racconto di Borges, che è un racconto bellissimo che parla del tango, che la nonna ballava e il nonno era un orso e quindi lui no, e di coltelli e risse, che invece piacevano tanto al nonno – aveva certe cicatrici sulle braccia … e una più profonda, sul petto).

Però … anche quelli erano figli suoi e li aveva amati e cresciuti al pari di tutti gli altri.

Vivevamo sparpagliati in giro per il mondo. Il che non ci impediva di riunirci tutti, ma proprio tutti, tranne la Francese supponente, all’estancia per Natale.