naufraghi metropolitani

Il suono stridulo dello shamisen ha il sapore aspro del cachi non ancora maturo adagiato nel piccolo contenitore di pietra, insieme ai germogli di yuzu e i ramoscelli contorti del nocciolo, nell’oscurità del tokonoma.

Nell’ombra appena accarezzata dalla luce, Murasaki pizzica le corde con lentezza estenuante. Le sue lunghe dita sottili si muovono leggere nella danza armonica e sullo yukata bruno le nervature argentate emergono a tratti giocando timide con la musica e la luce rarefatta che filtra dagli shōji appena scostati.

In quella fissità ieratica, un movimento appena percettibile scosta lo yukata, scoprendo il collo bianchissimo di Murasaki, su cui spicca oscura la peluria dell’attaccatura dei capelli, uno sfacciato guizzo scarlatto della fodera, poco sopra la sua spalla.
So che si è accorta della mia presenza, ma continua a suonare, indifferente.

In un angolo del tatami, come dimenticata dopo aver riordinato distrattamente, giace la ciotola con l’inchiostro polverizzato sulla pietra suzuri e stemperato con l’acqua della piccola brocca di stagno lì accanto. Indugio osservando il liquido cupo inghiottire ogni riverbero. Inspiro e trattengo in me tutta l’energia che quell’istante mi regala.

Poi intingo il pennello nella china. E mentre traccio sulla spalla di Murasaki l’ideogramma 粹 un brivido le increspa la pelle.

poesia dell’amor ricordo

Ti ho stretto tra le mie braccia.
Ho sentito il tuo calore.
Il tuo respiro nella curva
che il mio collo disegna
con la mandibola e l'orecchio.

Ho sentito le tue dita
scompigliarmi i capelli,
la tua lingua insinuarsi tra le mie labbra e
invitare la mia a una danza
tranquilla, lenta, estenuante.

Ho leccato di rapina
una goccia del tuo sudore,
mentre scivolava sul tuo petto,
e inspiravo il tuo odore,
imprimendolo nei miei ricordi.

Ti ho stretto le mani
tra le mie mani. Ho sentito
il loro calore.
E le ho strette di più
per non dimenticarne la forza
calma e sicura.
E le hai posate sui miei fianchi,
mentre mi guardavi e sorridevi.

E anch'io ti sorridevo e contavo
i fili iridescenti che la vita,
Aracne paziente,
aveva tessuto intorno ai tuoi occhi.

Ho ascoltato la tua voce
scendeva in me come miele di ruggine,
dalle profondità del tuo essere
arrivava a riempire
le profondità del mio vuoto.
Mi accarezzavi le orecchie
con parole di cui ricordo
solo la musica
e nessuno dei significati.

E ora che ho freddo
tutto quello che siamo stati,
tu e io,
non è che un sogno vago.
Torino, 24 gennaio 2022

naufraghi metropolitani

E niente. Scendo dal pullman e vedo questa tipa che mi viene incontro.

Una folgorazione.

Abbronzata.

Ha un borsone rosso a tracolla e una camicetta bianca con le maniche risvoltate sugli avambracci. È talmente sbottonata che le si vede molto più di quanto si possa considerare lecito. Ma lei se ne frega, guarda dritto davanti a sé e il vento le scompiglia i capelli.

Sicuro è una fotografa: tiene un treppiede nella mano sinistra.

Avanza con passo elastico, riempiendo lo spazio con decisione armoniosa, si capisce ad occhio nudo che è soddisfatta.

E me la squadro per bene, a costo di sembrare fuori luogo.

Le sorrido.

Mi sorride.

E in quella manciata di secondi il significato del paradosso di Zenone mi si fa lampante: ognuno di quegli istanti si frantuma in un’infinità di schegge minuscole. E vedo la sua pelle ambrata e costellazioni di piccoli nei spiccarle sul petto e gli avambracci e uno scooby-doo bianco, blu e azzurro, azzurro come i suoi occhi azzurri, al polso sinistro. E i polsi e le caviglie sono esili, e nervosi, come le sue dita lunghe, dalle unghie cortissime, che osservo con attenzione quando si porta una mano al volto e gli occhi le scintillano, perché il sole la abbaglia e così li strizza, arricciando un po’ il naso, convocando tutt’intorno una ragnatela di rughe sottili che la fanno ancora più bella. E all’improvviso, nel frastuono delle cinque del pomeriggio, un rumore fuori dal coro attira la sua attenzione e volta di scatto la testa in quella direzione, scoprendo l’orecchio delicato al cui lobo brilla un piccolo pendente che accompagna il mio sguardo lungo la linea sinuosa del collo …

naufraghi metropolitani

Il ricordo più bello che ho dei nonni è di loro due abbracciati, accanto alla staccionata, mentre ci guardavano andar via, dopo l’inizio delle vacanze estive, a gennaio…

Credo che per loro fosse un momento ossimorico (come mi piace usare questi termini esagerati!): erano dispiaciuti, perché sarebbero trascorsi ancora molti mesi prima che la loro grande casa risuonasse di nuovo di tutte le nostre risate, chiacchiere, corse lungo i corridoi, racconti … Ma allo stesso tempo erano sollevati perché cominciavano a essere vecchietti e tutta quella baraonda li stancava (“in effetti siete un po’ faticosi” diceva la nonna, con quel suo eterno meraviglioso sorriso).

Il nonno era enorme. Un orso. Imponente, con un gran pancione sodo, dove mi piaceva appoggiare l’orecchio per ascoltare tutto quello che il suo “didentro” aveva da raccontarmi. E braccia forti e mani sempre calde e tanto grandi. Però curate. Mani di uno che non si faceva problemi a lavorare con le mani. Mani di uno che però, poi, era uno scrittore.

La nonna era d’acciaio. Esile, questo sì. Un filo d’acciaio. Non era tanto piccola. Solo che, avvolta nel suo caldo poncho di guanaco, accanto a NonnOrso e col suo braccio attorno alle spalle, sembrava sempre minuscola.

Io restavo incantato a guardarli attraverso il vetro posteriore della macchina, mentre diventavano sempre più formichini, fino a svanire del tutto alla mia vista. Però lo sapevo che, quando restavano soli, lui la stringeva a sé e le diceva “vamonos, mujer, ya no es hora de llorar”. E allora lei sorrideva, con quel suo sorriso un po’ velato e battendogli la mano sul petto, gli rispondeva “vamonos, viejo gruñon, es hora de preparar algo que comer”. Lo sapevo o lo immaginavo, perché una volta li avevo visti fare così e guardarsi, occhi negli occhi, come se fossero ancora due ragazzini innamorati.

Tra loro parlavano in Spagnolo (anzi, in Castellano rioplatense che è la variante, addolcita nella pronuncia, che si parla in Argentina). Ma la nonna non era Argentina. E nemmeno Spagnola. E a voler dirla proprio tutta non era nemmeno la mia nonna. Cioè, lo era senza dubbio, se penso con il cuore. Ma non lo era se guardo all’albero genealogico.

Perché, e mi ci sono voluti anni per metterlo a fuoco, la banda con cui trascorrevo le vacanze di Natale all’estancia era quanto di più colorato si potesse immaginare.

Infatti il nonno era veramente mio nonno, nel senso che era proprio il papà della mamma, però ad esempio non era il nonno di Letizia, Thomas e Françoise né del piccolo Jorge. Già perché loro erano i nipoti della nonna, che era la mamma del loro papà, il suo unico figlio, il quale però “si era dato da fare” e aveva avuto tre mogli (o compagne, o qualcuna l’aveva sposata e qualcuna no, questo non l’ho mai accertato e in fondo non era granché importante) e aveva avuto Letizia con la prima, Thomas e Françoise con la seconda (che era una Francese un po’ supponente), e con Angeles, la sua terza moglie, che era di Buenos Aires, Jorge (che per la precisione si chiamava Jorge Luís, in onore di Borges, per la gioia dei nonni che si erano conosciuti e amati grazie a quello che si divertivano a chiamare “il Maestro”).

Non che dalla nostra parte le cose fosse più semplici.

Anche al nonno erano piaciute troppe donne, come diceva mamma maliziosamente, e ne aveva sposate due e con loro aveva avuto quattro figli (uno con la prima e tre con la seconda, tra cui la mamma). E poi c’era stata una terza e anche con lei aveva avuto dei figli (due).

E questa terza però era un po’ un mistero di cui lui non parlava volentieri e nessuno l’aveva vista mai. Anche se tutti eravamo certi che la nonna di lei sapesse perché, come sosteneva il nonno, la nonna di lui sapeva tutto e gli indovinava persino le intenzioni (questa cosa sta scritta in un racconto di Borges, che è un racconto bellissimo che parla del tango, che la nonna ballava e il nonno era un orso e quindi lui no, e di coltelli e risse, che invece piacevano tanto al nonno – aveva certe cicatrici sulle braccia … e una più profonda, sul petto).

Però … anche quelli erano figli suoi e li aveva amati e cresciuti al pari di tutti gli altri.

Vivevamo sparpagliati in giro per il mondo. Il che non ci impediva di riunirci tutti, ma proprio tutti, tranne la Francese supponente, all’estancia per Natale.

naufraghi metropolitani

... e nuda, tra le tue lenzuola, trovo
(… e nudo tra queste lenzuola resto al)

riparo dalla pioggia della luce
(riparo della luce)

del tramonto, mentre ti leggo i versi
(del tramonto e mentre leggi i versi)

di Neruda che (a memoria!) tu completi,
(di Neruda, ascolto la tua voce limpida e sensuale)

contemplando le mie natiche e miei seni...
(contemplo le tue natiche e i tuoi seni)