naufraghi metropolitani

Che ridere papà quando si fa la barba!

Sembra un bambino, mentre prepara la schiuma, montandola con il pennello come la pannamontata nella ciotolina. E gli occhi gli si fanno allegri.

Poi comincia a stenderla, guancia destra (lui è mancino), mento, guancia sinistra… E poi sui baffi, sollevando il naso e abbassando il labbro… per non infilarsela nelle narici o in bocca.

E quando ha finito, mi deposita sempre un fiocchetto di schiuma sulla punta del naso.

E io faccio finta di arrabbiarmi, ma non è vero che mi arrabbio. Anzi, mi diverte sentire il freddissimo dell’eucalipto, e il profumo.

Prima regola l’altezza delle basette, con il dito indice, controlla che siano precise, ugualiuguali, poi gonfia le guance, come se dovesse soffiare via tutto il vento del mondo, quando passa il rasoio, da sottoinsù. Fa le boccacce davanti allo specchio, come me con la tata, quando mi sgrida e io corro in bagno a dirle le parolacce sottovoce. Che se mi sente sono guai seri, però in bagno e sottovoce le parolacce si possono dire.

“Papà! Quando sarò grande e anch’io avrò la barba, non me la taglierò. La lascerò crescere, come quell’anno che eri in montagna e dicevi che la barba dovevi averla lunga per forza, altrimenti ti si gelava il mento”.

Papà sta ridendo come un matto.

“Perché ridi, papà?”

“Rannocchietta, alle bambine la barba non cresce!”.

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2021
No eres los otros

No te habrá de salvar lo que dejaron
escrito aquellos que tu miedo implora;
no eres los otros y te ves ahora
centro del laberinto que tramaron
tus pasos. No te salva la agonía
de Jesús o de Sócrates ni el fuerte
Siddharta de oro que aceptó la muerte
en un jardín, al declinar el día.
Polvo también es la palabra escrita
por tu mano o el verbo pronunciado
por tu boca. No hay lástima en el Hado
y la noche de Dios es infinita.
Tu materia es el tiempo, el incesante
tiempo. Eres cada solitario instante.

(Jorge Luis Borges)
Non sei gli altri

Non ti salverà ciò che lasciarono
scritto quelli che il tuo terrore implora;
non sei gli altri e ti vedi ora
centro del labirinto che tramarono
i tuoi passi. Non ti salva l'agonia
di Gesù o di Socrate né il forte
Siddharta d'oro che accettò la morte
in un giardino, al declinar del dì.
Polvere anche è la parola scritta
dalla tua mano o il verbo pronunciato
dalla tua bocca. Non c'è ferita nel Fato
e la notte di Dio è infinita.
La tua materia è il tempo, l'incessante
tempo. Sei ciascun solitario istante.

(Jorge Luis Borges)

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul, Dicembre 2021
Reverso

Recordar a quien duerme
es un acto común y cotidiano
que prodría hacernos temblar.
Recordar a quien duerme
es imponer a otro la interminable
prisión del universo,
de su tiempo sin ocaso ni aurora.
Es revelarle que es alguien o algo
que está sujeto a un nombre que lo publica
y a un cúmulo de ayeres.
Es inquietar su eternidad.
Es cargarlo de siglos y de estrellas.
Es restituir al tiempo otro Lázaro
cargado de memoria.
Es infamar el agua del Leteo.

Jorge Luis Borges, La cifra, 1981
Rovescio

Ricordare chi dorme
è un atto comune e quotidiano
che potrebbe farci tremare.
Ricordare chi dorme
è imporre all'altro l'interminabile
prigione dell'universo,
del suo tempo senza tramonto né aurora.
È rivelargli che è altri o altro
che è soggetto a un nome che lo rende pubblico
e a un cumulo di ieri.
È sconvolgere la sua eternità.
È caricarlo di secoli e di stelle.
È restituire al tempo un altro Lazzaro
carico di memoria.
È infamare l'acqua del Lete.

Jorge Luis Borges, La cifra, 1981

buongiorno!

Tea Zanetti, Azul – Dicembre 2021

Jacque Derrida invita i lettori a pensare come se fossero in viaggio, o più esattamente a «pensare di viaggiare». Ciò significa pensare a quell’esclusiva attività del partire, dell’allontanarsi dal chez soi, dell’andare lontano, verso l’ignoto, affrontando tutti i rischi, i piaceri e i pericoli che l’ignoto ha in serbo (anche il rischio di non tornare).

Derrida è ossessionato dall’idea di «essere lontano». Ci sono buoni motivi di ritenere che tale ossessione sia nata allorché il dodicenne Jacques fu espulso dalla scuole che nel 1942 ricevette l’ordine dall’amministrazione di Vichy del Nord Africa di cacciare tutti gli scolari ebrei. Iniziò così il suo esilio perpetuo. Da allora, Derrida ha diviso la propria vita tra Francia e Stati Uniti. In America era un Francese; in Francia, tuttavia, per quanto si sforzasse l’accento algerino della sua infanzia continuava di tanto in tanto a trapelare dal suo squisito eloquio francese, svelando così un pied noir abilmente nascosto dietro la sottile aura di professore della Sorbona (questo è il motivo, pensa qualcuno, per cui Derrida giunse a teorizzare la superiorità della parola scritta e creò il mito eziologico di tale superiorità a supporto dell’asserzione assiologica). Culturalmente Derrida sarebbe rimasto sempre un «apolide» Ciò tuttavia non significò essere privi di una madrepatria culturale. Al contrario: essere «culturalmente apolide» significava avere più di una madrepatria, costruirsi una casa propria sui crocevia tra culture diverse.

Zygmunt Bauman, Modernità liquida

America latina

America Latina, Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2021

Dopo oltre tre mesi, causa Argentina e covid-19, ieri torno finalmente al cinema.

Ingolosita dal titolo e senza stare troppo a guardare le recensioni, decido per America Latina. I registi, due giovani in gamba, e il cast di prim’ordine mi convincono definitivamente che è il film giusto per riprendere un’abitudine deliziosa troppo a lungo trascurata.

Il film è la storia di Massimo, dentista nel mezzo del cammino di sua vita, che trascorre i suoi giorni nell’agiatezza di una villa assopita nella campagna laziale, con una moglie bellissima e devota, due figlie adorabili e i cani.

Qualche vizio il nostro ce l’ha. La bottiglia e le pasticche che gli servono per riempire il vuoto della noia di una tanto agognata borghesia che anestetizza ogni desiderio di ribellione e per sostenere i ritmi della professione.

E vabbè. Ci sta. Non facciamo i moralisti.

La sua pacifica esistenza però viene messa a soqquadro dalla scoperta in cantina di una ragazzina, insanguinata, scarmigliata, selvaggia, imbavagliata e legata a una tubazione.

Ora, io non spoilero, ma se voi non sapete resistere alla curiosità, la cara, vecchia zia Wiki vi racconta tutta la trama dall’inizio alla fine (mancano solo i titoli di coda).

Il film è bellissimo. Ben fatto, con ottimi attori, dura appena 90 minuti, nel corso dei quali la sensazione di inquietudine per la vicenda di Massimo si intensifica sino a diventare vero e proprio disagio.

Il finale è davvero a sorpresa e ribalta tutto quello che avevamo pensato fino a quel momento.

Unico consiglio, se non siete proprio di buonissimo umore, evitatelo.